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Frontiere  simboliche e reali nelle personagge di Laura Ricci

 

Incontrarsi “nelle parole e nell’utopia della scrittura”, attraversare “frontiere linguistiche, sociali, culturali, psicologiche” anche invisibili, interrogarsi sul senso dello spazio e del tempo in cui si è nati, questo è l’invito che ci viene fin dall’esergo del libro di Laura Ricci (Sempre altrove fuggendo. Protagoniste di frontiera in Claudio Magris, Orhan Pamuk, Melania G. Mazzucco, Vita Activa, Trieste, 2019). Questo è il messaggio profondo dei tre autori che l’autrice indaga e il metodo di avvicinamento ai loro testi che mette in atto con una doppia lente: quella della lettrice appassionata ed esperta e quella di una pacata e gentile femminista che conosce ed esercita nelle sue analisi le elaborazioni che la cultura delle donne ha prodotto in questi anni. Adotta pertanto il termine “personagge”, termine sul quale esiste già una letteratura che cita, e sulle personagge  annuncia di volersi fermare con profonda attenzione al linguaggio di chi scrive e con l’atteggiamento già messo in atto da anni dalla critica femminista, che decostruisce e interpreta figure femminili della letteratura mettendo in luce come sono inventate, scritte, rappresentate e da chi. Ma le personagge, si sa, sono anche “voci interiori” (vedi Le personagge sono voci interiori, a cura di Gisella Modica, Vita Activa 2016) e non secondaria è nell’indagine del lavoro l’attenzione all’etereo sconfinamento tra vita e romanzo, che non appartiene solo al solitario esercizio di scrittura di autori e autrici, ma è ben noto alla fervida partecipazione di lettrici e lettori che non solo leggono le vicende di personaggi e personagge, ma a volte si imbattono in figure che leggono per loro la loro stessa vita.

Se anni fa Carolyn G. Heilbrun esortava a scrivere e a leggere la vita e le opere di scrittrici del passato evidenziandone autonomia, indipendenza, originalità piuttosto che richiamarne i limiti e la passività, ossia la cosiddetta “miseria delle donne”, Laura Ricci, forte di questa lezione, ritiene che le donne, ormai sempre più presenti anche negli spazi culturali degli uomini, possano portarvi un valore ulteriore esercitando uno sguardo di genere. Ecco perché sceglie di addentrarsi in alcune opere di due scrittori complessi come Claudio Magris e Orhan Pamuk e di una scrittrice come Melania G. Mazzucco, ritagliandosi tuttavia l’obiettivo di indagarne non tanto l’opera completa, quanto quello che le loro protagoniste possono esprimere al di là delle intenzioni degli autori: riconoscere con uno sguardo interpretativo femminile dove hanno potuto collocarsi le personagge di quei romanzi – pur vivendo all’interno di luoghi, epoche, società in grandi e diverse trasformazioni –  rispetto alla “frontiere” della propria autonomia, realizzazione, libertà.
Tuttavia, pur dichiarando di porsi all’interno di un obiettivo di ricerca più definito, Laura Ricci ci conduce con sapienza e generosità all’interno di tre opere profonde, offrendoci punti stimolanti e ricchi anche per una interpretazione generale delle opere e per una riflessione sui grandi temi della vita.

Dopo aver segnalato figure significative in diverse opere di Claudio Magris, l’analisi dell’autrice si concentra soprattutto su Non luogo a procedere, il romanzo in cui Magris, pur ponendo come protagonista un uomo, dedica molte pagine a una vera e propria genealogia femminile costituita da quattro donne, di cui tre di origine ebraica e una proveniente dalla lontana genealogia caraibica in linea paterna. Il testo, che si potrebbe ascrivere alla tradizione del romanzo storico, si muove tra realismo e surrealismo, tra documentazione storica e inventività e sebbene ruoti intorno al tema della guerra e della violenza parla molto anche di amore tra un uomo e una donna, tra genitori e figlie, tra consanguinei, antidoto che ci può indurre a sopportare il terribile fardello che la Storia vera e documentata ci tramanda.

Luisa Brooks è il fil rouge della storia, è lei l’incaricata di allestire il grande “Museo della Guerra per l’avvento della Pace e la disattivazione della Storia” voluto da protagonista, il professor Diego de Henriquez, triestino, realmente esistito. Luisa, la cui vita complessa la potrebbe far ascrivere a personaggia del tradizionale ruolo di cura, vive in bilico, ma con una straordinaria consapevolezza della complessità esistenziale della sua storia personale e ben conoscendo il rischio del mimetismo femminile nell’adeguarsi a quanto viene richiesto senza tener presente il proprio desiderio originario. Tentazione che riconosce pericolosa per sé, ma non per sua madre Sara, figura dell’amore indefettibile e del dolore inguaribile per l’inconsolabile separazione dall’oggetto d’amore, dolore che somatizza nell’impetuosa emicrania, sintomo di un riemergente scacco che molte donne ben conoscono. Sara è figura di frontiera non solo per gli strappi tragici che la vita le imporrà (l’abbacinante felicità infantile, perduta, del mare di Salvore, la devastazione dell’accusa di delazione alla madre, la cacciata dall’Eden dell’amore per la perdita del suo uomo), ma anche per la modalità emotiva di affrontare la vita. Anche il suo modo di essere madre è di frontiera, con un ribaltamento non raro anche nella realtà: sarà la figlia Luisa a fare da madre alla madre Sara.

Per compensazione sarà il padre di Luisa a consegnare alla figlia la figura di una madre simbolica che le dia forza, e lo fa attraverso la narrazione della storia dell’antenata di cui lei porta il nome, Luisa de Navarrete. Creazione romanzesca modellata sulla figura di una donna nera realmente vissuta nel 1500 durante la  colonizzazione delle Antille. Sospettata di stregoneria, fuggì al rogo e all’Inquisizione grazie alla sua intelligente eloquenza. Una donna accorta che sa trovare la salvezza sul confine della mediazione grazie all’uso abile e acuto della parola. Luisa de Navarrete, non una delle “Sante Terese fondatrici del nulla”, come direbbe la filosofa della comunità di Diotima Luisa Muraro – spiega Laura Ricci – ma una donna che si salva agendo con grande realismo femminile, tenendo presente la debolezza storica del suo sesso e mediando con l’onnipotenza maschile del suo tempo. Volendo scampare a un rogo quasi certo “sa trovare un ordine e una strategia in rapporto alla situazione  con cui si deve rapportare”.

Tenendo il filo della ricerca sulle personagge dobbiamo necessariamente sorvolare sulle pur ampie pagine che danno conto del senso complessivo del romanzo, del valore conoscitivo dei meccanismi di rispecchiamento e contrapposizione a personaggi e personagge e di come nel caos arduo e complesso della nostra civiltà la letteratura possa svolgere un compito di contenimento, di scavo e di decifrazione del reale “creando, nell’idealità della fiction,  universi che aiutino ad affrontare e ordinare il cieco, assurdo manifestarsi dell’accadere”.

 

Laura Ricci dedica la seconda parte del libro all’opera complessa di Orhan Pamuk e ai suoi ampi romanzi Il Museo dell’innocenza e La stranezza che ho nella testa che, sostiene, possono essere considerati entrambi romanzi storici, anche se in modo originale e atipico. Attraverso numerose figure tratteggiate con forti connotazioni psicologiche e sociologiche seguiamo diverse storie private inserite nella più ampia storia socio-politica della città di Istanbul. Si tratta di trame complesse in cui l’autore non esita a entrare direttamente nelle pagine del testo per diventare il soggetto narrante della storia, come ne Il Museo dell’innocenza. Ne La stranezza che ho nella testa invece, la trama si svolge non solo raccontata dalla voce in terza persona del protagonista Mevlut, ma ad essa si alternano in un coro polifonico le voci in prima persona di altri personaggi.

Ampiamente ricorrente nei due romanzi è il tema dell’amore, accompagnato dal paradosso della felicità dell’amore infelice, dal tema delle complicazioni del caso in amore e dei dubbi derivanti nella cultura turca dal dilemma tra matrimonio d’amore e matrimonio combinato.

Ne Il Museo dell’innocenza come personaggia di frontiera emerge Füsun, che dapprima, di fronte all’ambiguità di Kemal in amore, vince fuggendo, poi sembra vincere ancora col realismo di un matrimonio combinato e costringendo un Kemal, innamorato pentito, a subire una ulteriore  sottrazione, quella di un amore platonico. Ma l’ultima sua fuga la porterà alla morte, lasciando il lettore nel dubbio se si tratti di suicidio, ultimo e disperato atto di autonomia. Sono la rabbia e il risentimento i sentimenti che sconfiggono Füsun, vittima sia di una cultura del possesso del corpo femminile, sia di una civiltà della finzione, sia del non sapersi sottrarre ai tranelli del sogno d’amore, con la conseguente frustrazione, di fronte alla sconfitta, del suo autentico desiderio di realizzazione personale nella vita sociale.

In opposizione a Füsun, Sibel è la donna emancipata che varca la frontiera programmando un piano realistico per la sua realizzazione. Pur con i suoi limiti è colei che ha saputo imprimere al manifestarsi del caso la migliore direzione possibile.

Ne La stranezza che ho nella testa le tre sorelle Vediha, Raya e Samiha – di cui le ultime due oggetto dell’amore di Mevlut, il protagonista venditore di boza – e le sue figlie Fatma e Fevziye sono le personagge che raccontano anche il passaggio generazionale tra le donne che hanno vissuto gli anni Settanta, e che hanno dovuto trovare il modo di esercitare tra le pieghe di un mondo ancora tradizionale i loro margini di libertà per dare spazio al loro “inaddomesticato”, e le loro figlie. Sono queste ultime, donne istruite e emancipate, che sembrano dare vita a un nuovo corso, che corre parallelo allo sterminato sviluppo urbanistico di Istambul quale si realizzava a inizio Duemila e in particolare tra il 2008 e il 2013, quando il romanzo è stato scritto e quando la Turchia, in una situazione politica diversa dai giorni nostri, sembrava guardare all’Occidente con una mentalità più cosmopolita e prossima a realizzare un aggiornamento dei propri valori tradizionali, pur senza rinnegarli.

A chiusura del capitolo sulle personagge di Pamuk bellissimo il paragrafo dedicato a Istanbul, vera protagonista dei due romanzi: lente d’ingrandimento per riflettere sulle contraddizioni della vita e del destino  degli esseri umani, nel suo sky line notturno di luci e ombre, metafora del movimento di ricerca del pensiero e della scrittura.

 

Nella terza parte del testo incontriamo una personaggia che è anche una scrittrice di frontiera, vissuta nella prima metà del Novecento. Si tratta di Annemarie Schwarzerbach. Laura Ricci lavora soprattutto sull’opera di Melania G. Mazzucco, che ventiduenne si imbatté trasversalmente, ma fatalmente, in A.S. leggendo l’autobiografia di Klaus Mann. Inizia così “l’amicizia impossibile che unisce il biografo all’oggetto della sua ricerca, lo scrittore  e il suo personaggio – o due donne nate in epoche diverse, che parlano lingue diverse e mai si incontreranno se non nell’utopia della scrittura”. Del resto complesso è il rapporto tra personagge, personaggi e scrittori, scrittrici, come d’altra parte anche la ricerca e l’incontro da parte di lettori e lettrici con personaggi e personagge. In questo intricato gioco di rimandi Mazzucco scrive la biografia romanzata di A.S. che definisce “un romanzo documentario” e che intitola Lei così amata. Seguiamo dunque il manifestarsi e l’evolversi della personalità di Annemarie nelle sfaccettature della sua vicenda esistenziale e artistica attraverso il lavoro di Mazzucco, la quale non segue un criterio cronologico, ma un tempo emozionale e stilistico, realizzando una narrazione da romanziera, sebbene legata alla veridicità biografica. Decide dunque di narrare la vicenda di Annemarie dalla fine, spezzando il racconto con registri e punti di vista diversi, assumendo ora il ruolo di narratore onnisciente, ora il punto di vista di personagge e personaggi.

Sulla scia delle pagine di Mazzucco Laura Ricci ci conduce attraverso la convulsa vicenda biografica di A.S., strettamente connessa con la ricerca di una propria autonomia, di un proprio equilibrio, che si sostanzia nella sua ricerca artistica votata alla scrittura. Il suo complesso nodo esistenziale ruota intorno al complicato rapporto con la madre e trova forse uno scioglimento nelle estreme esperienze esistenziali e artistiche degli ultimi periodi della sua vita. A.S., che aveva vissuto “sempre altrove fuggendo”, troverà infine nell’esperienza annichilente del manicomio criminale di Bellevue e nel suo ultimo viaggio nel cuore della foresta tropicale la sua verità. Seguendo la via mistica della rinuncia e della spoliazione “ha scavato il vuoto, che ha prodotto il pieno di un’illuminazione”.

Laura Ricci sottolinea l’intento di “risarcimento” dichiarato da Mazzucco nello scrivere Lei così amata: riscattare una scrittrice considerata “minore” e che lei considera simbolo luminoso di tutti i dimenticati e sommersi esclusi dalle storie della letteratura. Sorte toccata a molte donne escluse dal canone letterario, figure di confine come A.S., che con simile intento di riscatto Laura Ricci ci offre all’attenzione ponendo la domanda: “Cosa possono suggerire la vita estrema di Annemarie e la sua dedizione alla scrittura a una donna del nostro tempo?”. E ancora di più: “È davvero una scrittrice minore, innanzi tutto, e che cosa ha spinto semmai a farla considerare tale?”.

Laura Ricci ci ricorda opportunamente che gli studi femministi ci stanno fornendo da anni gli strumenti per tentare risposte che vadano più in profondità nell’esplorazione delle difficili frontiere di scrittrici e personagge. Ci ricorda l’apertura prodotta da lavori di rivisitazione del canone letterario sia in Italia che all’estero, che hanno consentito di affrontare il discorso dell’esclusione o della sottovalutazione delle scritture delle donne e non solo. L’autrice esprime la necessità di uno sguardo più ampio, “di genere” ma non solo, per valutare sia l’opera di A.S. sia la sua personalità.  Ci ricorda infatti come molte donne sono state considerate folli, o indotte a esserlo o a sembrarlo, proprio per la loro difformità dal canone “non solo letterario, ma esistenziale”.

Cita infine l’illuminante saggio di Laura Boella Le imperdonabili, che elaborando concetti come quello appunto di “imperdonabile” e di “farsi campo” fornisce strumenti per affiancare Annemarie Schwarzenbach a donne come Hetty Hillesum e Simone Weil: donne che nella sua vita non incontrò mai, ma che come lei attraversarono un periodo storico terribile senza rinunciare alla ricerca “del solo io vero ed eterno che si manifesta nella nostra infallibile coscienza morale e nella nostra libertà più profonda”, come Annemarie affermò in uno dei suoi ultimi scritti.

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