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Come nasce l’inchiesta su Bija, il trafficante di uomini stanato da Nello Scavo. Ecco a cosa servono i giornali che qualcuno considera inutili

 

Ha svelato la presenza di un trafficante di essere umani all’incontro di Mineo tra il Governo Italiano e le autorità libiche per arrivare ad un accordo e bloccare così le partenze di profughi e migranti da quel Paese verso il nostro.
Era maggio del 2017, l’incontro si è tenuto al Cara di Mineo. Nello Scavo, per Avvenire, ha pubblicato la prova fotografica che quel giorno era presente al vertice istituzionale anche Abd al-Rahman al-Milad, conosciuto come Bija, l’uomo che l’Onu accusa di essere un pericoloso trafficante di uomini in Libia, presente nella gestione dei campi di prigionia, autore di sparatorie in mare, sospettato di aver fatto affogare molte persone. Eppure era riuscito ad entrare in Italia e a presenziare a quel vertice di cui oggi esistono le foto e dove erano seduti rappresentanti di organizzazioni umanitarie e autorità italiane. Davvero nessuno si accorse di nulla? Chi sapeva? E come fu possibile una simile svista.
L’inchiesta di Nello Scavo sta mettendo in seria difficoltà i responsabili di quell’incontro e lascia spazio a dubbi su come si comportò la nostra intelligence. Sia come sia, il suo reportage è diventato la notizia più importante su quasi tutti i maggiori organi di informazione internazionali in quanto prova ciò che si era sempre stato ipotizzato, ossia che la vulgata sui trafficanti nascondesse qualcosa di perverso e indicibile.
Abbiamo provato a ricostruire il valore e la portata di questa inchiesta con l’autore

Sei uno dei pochi che non ha mollato mai su questa vicenda dei migranti, ma ti aspettavi una notizia come quella che hai raccontato?
Ad essere sincero si, mi aspettavo una notizia del genere ma non sapevo dove trovare esattamente le conferme. Fino ad ora avevamo ottenuto solo smentite. Mai nessuna prova di un coinvolgimento diretto, a parte voci, informazioni di terza mano, e insomma niente che potesse reggere l’onda d’urto di una solida inchiesta giornalistica. Che ci fosse un accordo indicibile, fondato su ipocrisie, egoismi, ambizioni, sembrava certo. Bastava guardare i dati degli sbarchi per capire che una intesa meramente politica, fondata anche in buona fede (ma dubito sia questo il caso) sulle prospettive di stabilizzazione di un Paese complesso come la Libia potessero dare risultati in breve tempo. E invece nella seconda parte del 2017 gli sbarchi sono crollati ai minimi, diminuendo al ritmo del 50 percento ogni mese. Immaginare che i trafficanti di uomini, che movimentano miliardi di euro ogni anno, si fossero arresi sulla base di una stretta di mano tra leader politici era semplicemente impossibile da credere. Poi, non senza fortuna, sono arrivate numerose fotografie, alcune pubblicate poi su Avvenire. Il merito, va detto, è di tanti colleghi che in questi anni si sono spesi per raccontare un pezzo di verità alla volta e anche la cooperazione tra giornalisti di testate diverse ha permesso poi di fare molti passi in avanti.

“Avvenire” è entrato nel mirino di chi voleva politiche restrittive sui migranti. Come ti senti ora?
Da anni Avvenire e i giornalisti, di ogni testata, che si occupano di migrazioni sono oggetto di attacchi. Raccontando le migrazioni, infatti, raccontiamo gli interessi occulti, gli accordi indicibili, gli affari di stato per l’export delle armi come per l’approvvigionamento delle risorse energetiche. Un grande risiko giocato sul corpo di queste persone che addosso non portano solo i segni delle torture, ma le prove di come un intero sistema di potere prosperi schiacciando i più deboli. Quella documentata da “Avvenire” in questi giorni non è una storia del passato. Bija, i suoi complici e i suoi padrini politici, sono ancora al loro posto. Hanno continuato a essere foraggiati dai governi italiani e da Bruxelles fino al momento in cui stiamo scrivendo. E non c’è traccia di un imminente cambio di rotta ne di strategia in favore di un vero consolidamento dei diritti umani come precondizione di ogni negoziato per la stabilizzazione della Libia.
Allora i giornali come “Avvenire” servono ancora a qualcosa?

Il giornali e il giornalismo sono necessari oggi perfino più che in passato. La bulimia informativa molte volte impedisce, anche a noi che siamo “del mestiere”, ad esempio di selezionare i fatti e metterli in connessione tra loro. Ma soprattutto serve un giornalismo i cui il nostro “esserci”, il nostro saper stare in relazione con le persone, prevalga sulle continue tentazioni di un giornalismo prevalentemente “da remoto”. In fondo tenerci alla larga dall’epicentro delle cose è il desiderio di chi da sempre ci vuole fuori dai piedi. Tuttavia a un giornalismo come questo non basta la passione e la competenza di ogni singolo reporter, se poi manca una schietta alleanza con i lettori e la lungimiranza di editori consapevoli del ruolo autentico dell’informazione.

Per l’ennesima volta i servizi italiani escono male, quando potranno cambiare ? E ci riusciranno?
Ad essere sincero, credo che non sia tutta colpa degli “007”. L’intelligence risponde a indicazioni politiche. Gli agenti italiani in Libia hanno mostrato di essere informati e ramificati. Anche ad essi, ad esempio, si deve la rapida soluzione di alcuni casi di sequestro a danno di giornalisti durante la rivolta anti Gheddafi. Poi è la politica che fa le scelte sulla base delle informazioni ricevute. E dubito che i Servizi avessero fornito informazioni fuorvianti su Bija e l’intera filiera di trafficanti di uomini legati ai massimi vertici della politica libica. Abbiamo raccontato vicende del 2017, ma stiamo documentando come queste arrivino ai giorni nostri e forse anche questo spiega il tentativo di minimizzare e insabbiare.

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