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 A Torinodanza festival la trilogia dei Peeping Tom si completa con Kind

 

Peeping Tom (L’occhio che uccide) è un thriller psicologico, film cult  del 1960 diretto da Michael Powell, incentrato sull’ossessione del guardare: il titolo originale  in inglese è sinonimo gergale che sta a significare guardone.

Il perché la compagnia di teatro danza belga abbia firmato con questo nome le proprie produzioni negli gli ultimi diciannove anni, deriva dall’idea dei registi Gabriela Carrizo e Frank Cartier, di esibirsi all’interno di un camper nella loro prima performance (Caravana, 1999), mentre al pubblico veniva assegnato il ruolo di voyeur in quanto costretto a sbirciare dalle piccole finestre. Assistendo alla proiezione del film-documentario Third Act, firmato da Lotte Stoops & Mieke Struyve, al Cinema Massimo di Torino, in presenza degli attori Euridike De Beul e Simon Versnel e della regista Gabriela Carrizo, abbiamo avuto la possibilità di conoscere meglio questa realtà creativa con sede a Bruxelles, grazie alla visione  dei backstage degli spettacoli in tournée  documentando i primi due atti della trilogia. Per la prima  volta in Italia sono stati presentati in un’unica soluzione su invito del Torinodanza festival edizione 2019.

Dopo un Padre senile, dolce ed ironico (nello spettacolo Vader, andato in scena il 5 ottobre), ed una Madre estrema e devastante (in Moeder, il 3 ottobre), Peeping Tom raggiunge, per mani dei suoi registi, la conclusione della sua trilogia familiare scricchiolante e disperata con Kind (Figlio), presentato alle Fonderie Limone Moncalieri – Teatro Stabile di Torino. I due fondatori del collettivo belga, provenienti entrambi dalle illuminate fila de les ballets C de la B di Alain Platel e raggiunta ormai una fama mondiale, hanno unito le forze per questa terza parte, Kind. Il genere è in qualche modo il loro fondamento comune, ma non vi è alcun riferimento diretto ai personaggi delle parti precedenti. Il dna è principalmente nel modo in cui lo spettacolo è progettato. Questa volta, non siamo più in una casa di riposo o in un museo/obitorio, ma nel cuore di una foresta affacciata su di una scogliera dove la natura parrebbe aver riacquistato i suoi diritti, ma sappiamo che con  i Peeping Tom le apparenze sono fuorvianti. Da subito la prima sensazione è quella di un luogo senza scampo, soffocante, dove via via mentre la drammaturgia si sviluppa, con scene senza apparente connessione l’una con l’altra, si assiste a montagne di pietra che rotolano a valanga, alberi  in grado di partorire radici dalle fattezze umane; lune giganti capaci di apparire per poi scomparire; pioggia che cade solo se illuminata, ed un tenero cervo dotato di scarpettine infiocchettate e tacco, il quale apre la narrazione con la sua involontaria decapitazione.

Il ruolo principale di Kind è interpretato dalla brava attrice e soprano  leggero Euridike De Beul (anche lei ha lavorato con les ballet C de la B), una donna matura e corpulenta travestita da bambina con indosso una gonna corta ed un maglioncino rossi, una sorta di disinibito cappuccetto rosso perso nella foresta delle proprie emozioni e visioni. La sua esibizione è funanbolica, sia nel suo impegno fisico, sia nei picchi raggiunti con la sua voce. La vediamo pedalare furbescamente su di una mini-bicicletta (di kubrichiana memoria), rotolarsi a terra, saltare in tutte le direzioni per cercare di interagire con i personaggi che popolano il proprio universo onirico. È un’infanzia solitaria in un mondo ostile in cui persino l’amore sembra sospetto;  in un contesto di abusi sessuali, gelosia, parto indolore, conflitti e corpi ingombranti: ed uno pseudo-padre-guardia forestale che la incita a giocare al tiro a segno imbracciando il fucile contro un cadavere (interpretato dalla strabiliante Yi-Chun Liu, la danzatrice contorsionista capace di esibirsi in modo straordinario).

La visione è unilateralmente nera, da incubo. L’ordine immaginario del cervello infantile è fortemente appassionato, sfrenato e raccapricciante.

Gli altri cinque danz-attori – Maria Carolina Vieira, Marie Gyselbrecht, Brandon Lagaert, Hun-Mok Jung e Yi-Chun Liu –  già presenti nelle altre due parti della trilogia – sono fondamentali per il ritmo dello spettacolo, arricchito dalla diversità delle loro tecniche contorsioniste e per merito della loro presenza scenica. Tutto è volutamente esagerato e rafforzato da una creazione sonora che gioca su modulazioni di velocità e portata.

La visione di Franck Chartier e Gabriela Carrizo, mai scontata e sempre pronta a mettere in rilievo ciò che  non si vede al primo sguardo, è stata coadiuvata nella creazione dagli stessi danz-attori, ma  anche da un gruppo di bambini  che hanno preso parte alla prima fase del lavoro laboratoriale di gestazione dello spettacolo: la territorialità, la violenza, gli sbalzi di umore, l’immaginazione e la paura di restare soli. Sono i temi capaci di dare un’impronta forte alla creazione. Come già accaduto nei loro spettacoli precedenti, con i Peeping Tom la realtà e la finzione si intersecano cercando di penetrare nella mente di una bimba  alla ricerca  di costruire la propria idea del mondo attraverso una violenza inaudita che annichilisce e stordisce lo spettatore. La fiaba oscura si conclude con un liberatorio (chissà!), ripetuto urlo: “Io sono Euridike de Beul”.

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