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La libertà di informazione in Senegal, paese “parzialmente libero”

 

Secondo l’Africa Investment Index, il Senegal è una delle dieci destinazioni africane preferite dagli imprenditori internazionali, e tra gli Stati del continente più aperti agli investimenti esteri. Con i suoi 16  milioni gli abitanti, il Paese è da anni in forte crescita: dal 2014, con il lancio del programma “Senegal emergent”, l’economia è cresciuta a tassi via via più elevati (il 4,3% nel 2014, il 6,4% nel 2015, il 6,6% nel 2016, il 6,7% nel 2017, il 6,8% nel 2018). Quest’anno, secondo le stime della Banca Mondiale, il Prodotto interno lordo di Dakar dovrebbe aumentare ancora del 6,9-7%.

Il Senegal è anche una delle democrazie più stabili dell’Africa ed anche durante l’ultima tornata elettorale del febbraio scorso, non ci sono stati scontri e violenze nonostante che le elezioni presidenziali si siano svolte in un contesto politico senza precedenti. Un numero molto limitato di candidati autorizzati dalle autorità competenti a concorrere, partiti tradizionali assenti dal voto e lo spirito di consenso che ha prevalso per molti decenni nella politica senegalese minato dalle ultime riforme istituzionali.

Secondo l’ultimo rapporto di Freedom House il paese è “parzialmente libero”: i media sono relativamente indipendenti, sebbene le leggi sulla diffamazione continuino a limitare la libertà di stampa. Il controverso codice stampa del Senegal del 2017 ha aumentato le pene per i reati di diffamazione, consente alle autorità di chiudere le agenzie di stampa senza l’approvazione giudiziaria e consente al governo di bloccare i contenuti Internet ritenuti “contrari alla moralità”.

La stampa scritta conta circa 52 testate di cui 23 quotidiani, 6 settimanale e 23 mensili o bimestrali. Un numero considerevole considerando il numero di abitanti, circa 16 milioni, ma caratterizzata da uscite non sempre regolari e da una distribuzione molto limitata in ambito rurale, dove continua a vivere la maggioranza della popolazione.

La radio continua invece ad essere il mezzo più diffuso in tutte le aree: più di 100 tra radio private e comunitarie operano nel paese a fianco delle stazioni radio pubbliche e di una dozzina di emittenti TV che insieme all’informazione web si sta diffondendo molto nel paese.

In Senegal sono attive anche numerose associazioni e organizzazioni di giornalisti. Il

SYMPICS (Syndicat des professionnels de l’information et de la communication du Sénégal), le CRED (Conseil pour le respect de l’éthique et de la déontologie e ancora l’APPEL(Association Presse en Ligne Sénégal).

Joe Marone, è caporedattore a Radio Future Media (rfm.sn), docente di radiofonia e giornalismo in alcune scuole di giornalismo senegalesi ed esperto di media digitali, oltre che di migrazioni.

Giornalista di esperienza anche internazionale, grazie a degli scambi e coproduzioni realizzate tra Europa e Senegal, Joe è da tempo attivo nelle organizzazioni di giornalisti e nel suo ruolo di formatore per dare strumenti e combattere le fake news, così come nella promozione di formazioni e scambi sul tema della migrazione.

Manca il punto di vista dei giornalisti africani e dei paesi di origine su ciò che sta accadendo sulle rotte migratorie e nel Mediterraneo. Ci si limita troppo spesso a riprendere le informazioni delle agenzie internazionali, adottandone anche il linguaggio, spesso superficiale e stereotipato

I reportage che ha realizzato sui richiedenti asilo in Svizzera e a Dakar mettono subito in evidenza come la parola diretta data ai migranti e le prospettive di analisi e lettura del fenomeno contribuiscano a rendere ricca e articolata la narrazione.

Sarebbe importante che ci fosse data l’opportunità di realizzare insieme a dei colleghi italiani ed europei, dei servizi, dei reportage sulle migrazioni così come sui fenomeni di razzismo che leggiamo stiano aumentando in Italia in particolare.”

L’incontro del collega a Dakar avviene durante una delle sue lezioni ad scuola di giornalismo. Una ventina di giovani donne e uomini seguono attenti la presentazione e i servizi commentati da Joe, ma quando apprendono che arrivo dall’Italia ne approfittano per domandarmi di come vengono raccontate le tragedie nel Mediterraneo, di cosa si dice della situazione libica, ma anche di cosa e quanto sappiamo del Senegal.

Dare un resoconto sintetico della rappresentazione dell’immigrazione nei media italiani non è ovviamente semplice, ma ancora meno e più imbarazzante è dovergli dire che di Senegal in Italia si parla pochissimo. Nel secondo rapporto Illuminare le Periferie il Senegal rientra tra quei paesi ai quali sono state dedicate meno di 5 notizie nei tg di prime time nell’ultimo anno. E questo nonostante che i senegalesi rappresentino una delle comunità più storiche e numerose tra la popolazione migrante in Italia e che i rapporti commerciali stiano aumentando, proprio a partire dai risultati economici che il paese sta avendo.

Purtroppo ci immaginiamo che neppure le elezioni presidenziali del 2019 facciano cambiare significativamente il dato relativo alla copertura mediatica alla prossima rilevazione statistica realizzata dall’Osservatorio di Pavia, promossa da COSPE, Usigrai e FNSI.

Allora non ci resta che fare proprio l’auspicio del collega senegalese Joe Marone e sperare che si dia sostegno al lavoro, allo sguardo dei giornalisti africani su quello che sta accadendo in Italia e in Europa, e magari si riesca a fare un lavoro congiunto con i giornalisti italiani per scambiare prospettive e analisi. Un contributo al pluralismo culturale che sui temi della migrazione è sempre più necessario.

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