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Se la querela temeraria arriva dall’interno. Il paradosso del caso-Silvestri

 

Si può chiedere che un giornalista rispetti i colleghi e non li definisca « infimi sciacalli » perché questo viola le regole minime del rispetto della categoria ? No, non si può se l’autore di quelle affermazioni è un politico potente e, in via temporanea, occupa la poltrona di vicepresidente del Consiglio dei Ministri in Italia. Il segretario del sindacato dei giornalisti campani, Claudio Silvestri, si era permesso questo lusso. E aveva aspramente criticato il Consiglio di disciplina dell’Ordine della Campania per la frettolosa archiviazione del caso Luigi Di Maio, giornalista iscritto a quell’Ordine, nel procedimento aperto proprio in seguito a quelle parole pronunciate  dal vicepremier. Risultato: il Presidente del Consiglio di disciplina, Maurizio Romano, ha querelato per diffamazione a mezzo stampa Claudio Silvestri unitamente al direttore del Il Fatto, Marco Travaglio, in relazione all’articolo che riporta le critiche del segretario del Sugc. E’ triste, e anche un po’ paradossale, che una querela chiaramente intimidatoria arrivi da un organismo, tutto sommato, di garanzia della professione e che ciò avvenga nel bel mezzo di un dibattito avviato dai giornalisti contro le querele bavaglio e temerarie. La Fnsi, di cui Silvestri è un autorevole esponente, e lo stesso Ordine dei Giornalisti da anni perseguono l’obiettivo di combattere le azioni legali monstre per smascherare, finalmente, l’intento intimidatorie delle querele. Ebbene, in questo caso, in un incredibile gioco di specchi, lo stesso metodo viene usato dall’interno, con l’aggravante che ciò accade per difendere un “potere forte”, quello di un politico che non si può criticare, né giudicare con gli strumenti della categoria cui lo stesso appartiene.

I fatti: la querela di Romano chiede alla Procura di Napoli di accertare la responsabilità penale per diffamazione su Claudio Silvestri, autore del comunicato stampa riportato primo di tutti e integralmente dal sito di Articolo 21 http://www.iustitia.it/15_luglio_19/documenti/documento4.htm

Oltre a Romano hanno firmato la querela Massimiliano Amato, Enrico Di Prisco, Marco Pellegrini, Annamaria Riccio, Barbara Ruggiero, Giovanni Russo; hanno invece rifiutato di firmare altri due componenti, ossia Fabio Relino e Cristina Cennamo.

Se si ripercorre questa storia emerge come la vera “colpa” di Claudio Silvestri sia stata quella di chiedere il rispetto dei giornalisti, anche a Di Maio. Infatti è del febbraio 2017 l’esposto di Silvestri con cui si si chiede al Consiglio di disciplina della Campania di verificare i comportamento dell’allora leader dei 5 Stelle, Luigi Di Maio,  in relazione alla lista di “giornalisti buoni e giornalisti cattivi” fatta dallo stesso Di Maio. Con molta solerzia il Consiglio di disciplina convocò Di Maio nel giro di un mese, il 20 marzo, ma poco con altrettanta velocità la convocazione venne annullata e il procedimento a carico di Luigi Di Maio archiviato.

La seconda puntata non tarda ad arrivare perché il pubblicista Luigi Di Maio a fine 2018 si lascia di nuovo andare a giudizi trash sulla sua categoria: “… la stragrande maggioranza dei giornalisti italiani sono infimi sciacalli”, parole pronunciate in relazione ai pezzi pubblicati sul caso dell’inchiesta sul Comune di Roma e sul sindaco Raggi. Parte un altro procedimento del Consiglio di disciplina, Di Maio non si presenta alla convocazione e manda al suo posto l’avvocato Maurizio Lojacono con una memoria, segue un’altra archiviazione. Ce ne è abbastanza perché il giornalista Claudio Silvestri, anche nella sua veste di segretario regionale del Sugc, dica che tutto ciò che è accaduto è piuttosto singolare e che autorizza chiunque ad denigrare in modo così violento “la stragrande maggioranza dei giornalisti italiani”.

Si è stabilito, finora, il principio (valido in Campania e per l’iscritto Luigi Di Maio) che si può accusare ingiustamente tutta la categoria senza rischiare nulla ma se si critica questa curiosa tolleranza si rischia eccome, e non più a livello disciplinare bensì in base al codice penale.

Al punto in cui si è arrivati per questa storia non è più tanto rilevante come andrà a finire la querela di parte maggioritaria del Consiglio di disciplina della Campania, poiché leggendola se ne comprende il vero obiettivo. Ciò che emerge, invece, è il colpo inferto da un’azione del genere alla durissima battaglia di Fnsi e Ordini regionali contro le querele temerarie che colpiscono i giornalisti, pur “infimi sciacalli”, che ogni giorno raccontano storie difficili di politica, corruzione, mafia, traffico di droga, appalti truccati, falde acquifere inquinate per poche decine di euro a pezzo. Chi aiuterà i giornalisti a continuare a chiedere modifiche legislative sulle querele temerarie se una di queste arriva dall’interno della categoria? Claudio Silvestri ha cercato di difendere i “giornalisti giornalisti” che in Campania, soprattutto, svolgono un mestiere complicatissimo in modo appassionato. Luigi Di Maio non è tra questi e forse è un buon motivo per lasciare la categoria che tanto disprezza, posto che gli organismi di categoria non possono o non vogliono farci nulla.

Sul campo, invece, operano giornalisti che continuano a svolgere un grande lavoro d’inchiesta e di promozione della legalità pagando il prezzo assai alto delle denigrazioni e dell’odio, come accade per Désirée Klain, responsabile di Articolo 21 per la Campania e promotrice del Festival Imbavagliati.

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