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Le fiamme dell’Amazzonia sono le fiamme dell’umanità

 

La strage che stanno subendo gli indigeni dell’Amazzonia ad opera di un personaggio squallido come il presidente Jair Bolsonaro non può lasciarci indifferenti. Dall’ottobre scorso, infatti, il Brasile è governato da un fascista che non fa nulla per nascondere di essere tale, i cui programmi economici ricordano quelli attuati in Cile dalla Scuola di Chicago subito dopo il martirio di Allende e l’ascesa al potere di Pinochet e le cui politiche anti-sociali e anti-ambientali rischiano di condurre alla morte un intero, meraviglioso paese e l’umanità nel suo complesso.
La deforestazione dell’ultimo polmone verde rimasto al mondo, sconvolto da mesi da roghi sanguinosi, significa difatti avviarsi verso una catastrofe climatica cui nemmeno la battaglia di Greta Thunberg e Alexandria Ocasio-Cortez potrà porre rimedio. Quanto alle popolazioni che abitano da sempre quei luoghi, non è assurdo parlare di un vero e proprio genocidio che ci riporta alla mente i periodi più bui della storia del Novecento.
Senza contare che questo personaggio è venuto su esclusivamente grazie alla farsesca condanna per corruzione che ha colpito l’ex presidente Lula, il presidente operaio e socialista, l’ultimo ad essersi preso cura del popolo brasiliano e ad aver combattuto con tenacia contro i mali atavici della nazione, a cominciare dalla fame e dalla miseria delle favelas.
Bolsonaro, al contrario, ha formato un governo di estrema destra il cui unico scopo è distruggere, asservire, umiliare, sfiancare la resistenza del popolo e reinstaurare, sia pur non esplicitamente, almeno per ora, quella dittatura militare cui non ha mai fatto mistero di ispirarsi e alla quale non manca mai occasione per rivolgere apprezzamenti.
Egli risponde alla stessa logica dell’Operazione Condor, quella di Pinochet e Videla per intenderci, ossia la trasformazione del Sud America nel giardino di casa di un’America mai come ora in piena vague imperialista, con l’aggravante di non essere più la patria dei Bush e dei Clinton, liberista e prepotente ma quanto meno inserita a pieno titolo nel contesto occidentale, né, figuriamoci, quella solidale e umanitaria di Roosevelt e di Kennedy. L’America di Trump è, al contempo, isolazionista e unilaterale, pericolosa e incontrollabile, con marcate venature razziste e uno sfrenato desiderio di infrangere gli equilibri globali consolidati per crearne di nuovi, assolutamente insostenibili. Il povero Bolsonaro, a tal proposito, pur credendosi un grande conducator, altro non è che una pedina nelle mani di questo sistema, il cui primo obiettivo è l’abbattimento della fastidiosa Europa dei diritti e delle libertà e il cui inconfessabile obiettivo finale è l’instaurazione di una serie di democrature diffuse che rispondano unicamente alle logiche del denaro, del profitto e dell’arricchimento dei pochi, anzi dei pochissimi, a scapito di masse sempre più disperate e quasi costrette al cannibalismo, non solo nel senso figurato del termine.
Bolsonaro sta trasformando il Brasile nel laboratorio del trumpismo globale, attuando un piano di devastazione che lo stesso Trump non può attuare, per ora, negli Stati Uniti e mostrandoci plasticamente quanto sia facile oggi instaurare un regime senza far ricorso ad alcun colpo di Stato, risparmiandosi anche la fatica di bombardare la Moneda e di torturare gli oppositori nel Garage Olimpo.
Combattere, con le poche forze che ci rimangono, questo piano scellerato, che ha nel Pontefice uno dei suoi bersagli preferiti, essendo Francesco il massimo oppositore mondiale di questo scempio nonché l’unico ancora dotato dell’autorevolezza necessaria per contrastarlo, è la sola, straordinaria lotta globale per cui vale la pena che esista e resista tuttora la sinistra. Se rinunciamo anche a questa sfida per il bene della collettività, tanto vale arrendersi e rassegnarsi, in tutti i sensi, all’estinzione.

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