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Frontiere “feroci”, ecco cosa è accaduto ai cittadini tunisini respinti

 

Cinque giorni a bordo di una nave, privati della libertà in attesa di essere riportati in Tunisia. È quello che succede ai cittadini tunisini respinti alla frontiera al porto di Civitavecchia e arrivati a bordo di una delle due compagnie dei traghetti che, prima di tornare a Tunisi, effettua diverse tratte: Civitavecchia-Termini Imerese, Termini Imerese-Civitavecchia, Civitavecchia-Palermo, Palermo-Tunisi. Cinque giorni durante i quali le 11 persone respinte nel 2017 e le 3 del 2018 sono rimaste a bordo dell’imbarcazione senza avere la possibilità di scendere a terra e disporre di alcuna libertà di movimento al di fuori del natante; durante le soste nei vari porti sono state relegate in cabina, sotto la sorveglianza delle guardie giurate a servizio della Compagnia di navigazione.

È una delle situazioni rilevate nel corso della visita del Garante nazionale delle persone private della libertà all’Ufficio Polizia di Frontiera presso lo scalo marittimo di Civitavecchia nel corso di un monitoraggio ai diversi luoghi di trattenimento delle persone respinte ai valichi di frontiera: oltre al Proto di Civitavecchia, i due aeroporti di Fiumicino e di Malpensa.

Sì perché non sono solo i Centri di permanenza per il rimpatrio i luoghi di privazione della libertà per le persone migranti. E neanche solamente gli hotspot o le navi di salvataggio, come ormai accade da qualche tempo in Italia. Ci sono altri ambienti, meno conosciuti, visitati, controllati dove le persone sono trattenute per giorni senza un mandato dell’autorità giudiziaria. Sono appunto i locali delle Forze di Polizia in cui sostano le persone respinte alla frontiera in attesa di essere reimbarcate sull’aereo o sulla nave che li ha portati nel nostro Paese. Luoghi bui, che tendono a restare nell’ombra, poco illuminati dai riflettori dell’informazione; luoghi silenziosi, di cui poco si parla perché ai margini dell’attenzione della politica e delle stesse associazioni del Terzo settore.

A illuminarli ci ha pensato il Garante nazionale delle persone private della libertà, l’ultima autorità di garanza istituita in Italia, che in forza del suo mandato e dei suoi poteri di accesso senza autorizzazione e senza preavviso ne ha visitati alcuni e ha successivamente pubblicato il relativo Rapporto.

Il primo rilievo mosso dal Garante nazionale riguarda la condizione di privazione de facto della libertà personale in cui si vengono a trovare le persone trattenute nelle cosiddette sale di attesa, senza né un mandato né una convalida dell’Autorità giudiziaria. Infatti, il Testo unico sull’immigrazione e il codice frontiera Schengen dispongono il respingimento di chi ai valichi di frontiera sia trovato sprovvisto dei requisiti richiesti dalla legge per fare ingresso in Italia e stabiliscono l’obbligo del vettore di ricondurre all’estero il cittadino respinto e la responsabilità dell’autorità di frontiera di impedirne il suo accesso nel territorio nazionale fino all’effettivo trasferimento. Tuttavia, tali provvedimenti non implicano la privazione della libertà personale dei cittadini stranieri ma semplicemente l’obbligo di rispettare un divieto che incide sulla loro libertà di circolazione.

Può accadere però che il respingimento effettivo del cittadino straniero non avvenga immediatamente e la persona si trovi “bloccata” per giorni nei locali della zona di transito, sotto la costante sorveglianza delle Forze di Polizia, in attesa del volo o del traghetto di ritorno. Attese che possono durare giorni: nel 2018 negli scali di Fiumicino e Malpensa 593 persone vi sono rimaste dai tre agli otto giorni. Privati di fatto della libertà – lo ripetiamo – senza alcun mandato dell’Autorità giudiziaria.

Nei locali visitati manca l’accesso di aria luce naturale; non sono previsti spazi all’aperto dove le persone possano trascorrere qualche ora al giorno, come è garantito invece in carcere; i letti dell’unico locale adibito al pernottamento dello scalo di Fiumicino erano delle brandine da campo posizionate una di fianco all’altra in una situazione di promiscuità fra uomini e donne.

Infine a destare perplessità sono le limitazioni nella possibilità di comunicazione: il divieto di tenere il telefono cellulare se dotato di telecamera, disposizione che non trova alcuna giustificazione nel divieto di ingresso nel territorio italiano; l’interdizione all’accesso nei locali a qualsiasi persona, avvocati compresi, con una inevitabile contrazione del diritto alla difesa.

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