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ISIS, la controversa politica dei rimpatri in Asia Centrale

 

[Traduzione a cura di Davide Galati dall’articolo originale di Edward Lemon pubblicato su openDemocracy]

Nata da genitori di fede cristiana ortodossa in Kazakistan, Zarina si è convertita all’Islam all’età di 17 anni. Dopo dodici mesi, nel 2013, ha conosciuto online un uomo che aveva 21 anni più di lei. Zarina si è trasferita poco dopo in Turchia per sposarlo. La coppia ha attraversato quindi il confine siriano, dove si è unita alle forze dello Stato Islamico. Dopo sei anni, Zarina, stanca del conflitto, è fuggita nel campo di Al-Hol nel Nord della Siria, dove circa 12.000 donne e bambini di 40 nazioni sono bloccati in attesa del trasferimento a casa o in un Paese terzo. Il 9 maggio di quest’anno Zarina è stata rimpatriata in Kazakistan attraverso un volo speciale organizzato dal Governo nell’ambito di una serie di attività chiamate Operazione Zhusan. Zarina è ora in un centro di riabilitazione ad Aktau, nel Kazakistan occidentale.

La storia di Zarina non è insolita. Si stima che tra il 2011 e il 2018 un numero di cittadini dell’Asia Centralecompreso tra 2.000 e 5.000 si siano trasferiti in Siria e in Iraq. Alcuni si sono sposati e hanno avuto lì dei figli. Altri ci sono andati con le loro famiglie, facendo nascere altri bambini in Siria e in Iraq.

Ma quando i gruppi armati, incluso lo Stato Islamico in Siria e Iraq, hanno perso il loro territorio, i combattenti sopravvissuti e le loro famiglie sono finiti in Iraq o sotto la custodia delle Forze Democratiche Siriane (SDF), una coalizione di diversi gruppi armati tra cui le Unità di protezione del popolo curdo (YPG). Molti rifugiati, molti dei quali minori, mancano di documentazione che confermi la loro cittadinanza.

L’esistenza di questi rifugiati ha scatenato un intenso dibattito sulle responsabilità degli Stati di origine nei confronti di chi si era recato in Siria o in Iraq per impegnarsi nel conflitto o comunque per sostenere le violenze.

Le risposte sono state varie, e vanno dagli sforzi non troppo convinti a favore del rimpatrio fino, al contrario, alla revoca della cittadinanza. All’inizio di quest’anno, il ministero dell’Interno britannico ha revocato la cittadinanza a Shamima Begum, 19 anni, sostenitrice dello Stato Islamico. La Danimarca ha anch’essa reagito privando alcuni suoi cittadini della loro nazionalità. La Francia sta adottando un approccio “caso per caso” ai familiari di combattenti stranieri, rimpatriando 12 orfani lo scorso giugno. L’amministrazione Trump negli Stati Uniti, che ha esortato i governi europei a riprendersi i cittadini in attesa di ricollocazione, ha rimpatriato dalla Siria 13 donne e bambini dal 2018.

Eppure in Asia Centrale, dove i Governi hanno cercato di usare essi stessi misure estremiste come strumenti per eliminare gli oppositori, stanno prendendo piede alcuni degli sforzi meglio concertati per rimpatriare i cittadini.

Piani statali per il rimpatrio

Il Tagikistan è stato il primo Paese ad affrontare il problema, annunciando nel 2015 un’amnistia per i cittadini che si erano pentiti ed erano ritornati volontariamente. Oltre 300 persone hanno approfittato di questa misura.

Il Governo tagiko ha adottato un approccio non vincolante, affidandosi ai membri della famiglia per persuadere, e pagare, i loro parenti al fine di tornare a casa. Dopo il loro ritorno, non tutti sono rimasti in Tagikistan. Un funzionario della regione settentrionale di Sughd ha dichiarato l’anno scorso che oltre 30 cittadini perdonati… Continua su vociglobali

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