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Quando la ‘Ndrangheta non sequestrò più di Filippo Veltri

 
di Filippo Veltri

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Filippo Veltri, giornalista

“Hanno fatto in modo che non si dovevano fare più sequestri”. Per il pentito Femia fu un vero e proprio accordo tra le famiglie della Locride:
“All’epoca – dice – erano iniziati i traffici con la droga e calcolate che a Mazzaferro gli arrivavano 1000 chili di droga, 2000 chili di droga ogni tre mesi. Lui la pagava un milione e ottocentomila lire. La dava a tutte le famiglie a 10 milioni al chilo”.
Con i sequestrati in Aspromonte e i controlli della polizia non si poteva trafficare in droga. Ecco perché ci fu un summit di ‘ndrangheta in cui si decise di chiudere con la stagione dei sequestri. Una strategia voluta dai boss Peppe Nirta, Vincenzo Mazzaferro e Pepé Cataldo, tutti morti ammazzati da lì a qualche anno, e tutti in periodi in cui le loro famiglie non erano coinvolte in faide: “di smettere con i sequestri – fa mettere a verbale Femia – non gli è stato bene a qualcuno… a personaggi che lavorano con i servizi, non lo so a chi”.
Dopo 20 anni da quella stagione che ha marchiato l’immagine di una regione come la Calabria come sono cambiati i rapporti di forza dentro le mafie italiane e  come quell’accumulazione di denaro illecito abbia portato le cosche della ‘ndrangheta a dominare il mercato dei traffici di droga in tutto il mondo, capovolgendo tutto sommato in pochi anni una situazione che andava avanti da decenni, con Cosa Nostra siciliana che dettava legge e comandava sui cartelli europei nel rapporto con i narcotrafficanti del Sud America.
Ma questa rilettura a mente fredda e lontana dagli echi della cronaca di quei giorni serve anche per cercare di capire quanto di poco chiaro vi sia stato e ancora oggi vi sia nella gestione di tanti sequestri, soprattutto in Calabria. Una sorta di trattativa Stato-‘ndrangheta che precedette quella piu’ famosa tra Stato e Cosa Nostra, piu’ o meno nello stesso periodo? Il dibattito e’ aperto.
Il sequestro di persona a scopo di estorsione è stato in Italia, tra gli anni Settanta e Ottanta, un fenomeno criminale con caratteristiche molto particolari che ha avuto un’evoluzione e una storia. Oggi la fine dei sequestri in quanto fenomeno e’ un dato scontato, anche se dagli anni Novanta in poi si sono verificati comunque singoli casi, molto celebri ma isolati e, secondo gli esperti, con connotazioni diverse rispetto a quelle “tradizionali”.
C’è più di un motivo alla base di questa progressiva scomparsa: i cambiamenti delle leggi sui sequestri, una particolare preparazione sviluppata dalle forze dell’ordine e dalla magistratura e, infine, il fatto che a un certo punto per chi li compiva i rischi avevano superato i potenziali benefici.
Il sequestro di persona quindi non è più rientrato tra gli interessi delle associazioni criminali perché poco produttivo, molto rischioso e perché creava troppo clamore rischiando di compromettere le loro altre attività. Ma c’e’ anche un’altra lettura che viene data: quella dei sequestri è stata una stagione terribile, violenta, oscura che la Calabria ha pagato con un danno irreparabile alla propria immagine, con una fuga della borghesia benestante, con un alto numero di calabresi sequestrati. Quella orribile stagione finì per decisione unilaterale della ’ndrangheta stessa.
Opinione questa che viene contrastata pero’ da altri autorevoli studiosi del fenomeno ‘ndrangheta, che mettono in luce anche se non soprattutto il cambiamento dell’atteggiamento dello Stato, l’acuirsi della repressione da parte delle forze investigative, l’eccessivo clamore che finiva con il disturbare l’attivita’ delle ‘ndrine. I contraccolpi delle gestioni dei sequestri Fiora, Casella e Celadon non furono – secondo i sostenitori di questa seconda tesi – ben governati dalle ‘ndrine della locride, forse troppo convinte della loro potenza dinanzi ad uno Stato che sembrava – ed in alcuni casi lo era per davvero – inerte.
Forse mai come questa volta la verita’ sta, pero’, nel mezzo.
Con la stagione dei sequestri di persona gestiti dalla ‘ndrangheta, ci mangiavano in ogni caso tutti: le cosche calabresi ma anche pezzi delle istituzioni che con le famiglie mafiose più potenti della provincia di Reggio non avrebbero esitato a sedersi allo stesso tavolo. Servizi segreti, poliziotti e mediatori che, in un modo o nell’altro, si sono spesi per dare un’immagine di uno Stato che reagisce all’Anonima sequestri. Anche a costo di entrare nelle sanguinarie dinamiche dell’Aspromonte non esitando a scarcerare boss della ‘ndrangheta come Vincenzo Mazzaferro e a far circolare, per tutta la Locride, una valigetta con dentro 500 milioni di vecchie lire. Erano i soldi che lo Stato ha pagato per la liberazione di Roberta Ghidini, sequestrata il 15 novembre 1991 a Centenaro di Lonato, in provincia di Brescia, e liberata in Calabria dopo 29 giorni.
Sembra storia antica ma le dinamiche delle mafie si ripetono spesso e trovano nuovi spunti anche a fari spenti.

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