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Il non detto di un’estate di formazione. ‘Coso’ di Giovanni Biancardi, La Vita Felice

 

A volte si ha la fortuna di imbattersi in storie che sono piccoli gioielli di narrativa, racconti preziosi in virtù della loro forza evocativa, della capacità che hanno di richiamare alla mente interi periodi della nostra vita attraverso poche incisive pennellate. È quello che accade leggendo Coso, il lungo racconto che segna l’esordio come scrittore di Giovanni Biancardi, filologo, librario, editore, e, possiamo da ultimo aggiungere, finissimo narratore.

Coso è un libro che fin dal titolo e dalla copertina non può che destare curiosità. E visto che compito di un recensore è quello di cogliere i meriti di un libro e non certo di raccontarlo, vi svelerò ben poco della trama. Quello che posso dirvi è che si tratta di un «racconto in quattro movimenti», strutturato dunque come fosse una sinfonia. La vicenda narrata si svolge nell’arco di un’estate e può a tutti gli effetti essere considerata una storia di formazione: protagonista ne è un ragazzino undicenne, il Coso del titolo, che in una tranquilla località di villeggiatura sulle rive del Lario vive la sua estate particolare: quella che segnerà il passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Il primo turbamento amoroso, le canzoni di Francesco Guccini, Arancia meccanica di Stanley Kubrick, le appassionate discussioni politiche di un gruppo di giovani comunisti, ma soprattutto la comprensione di una verità che può destabilizzare le rassicuranti certezze dell’infanzia: il bene e il male non sono né forze astratte né tantomeno entità disgiunte, ma possono al contrario albergare dentro ognuno di noi. C’è tutto questo e molto di più in questa piccola grande storia, sorretta da una prosa limpida e raffinata, scevra di fronzoli ma non di bellezza. E vi sono passi che incantano come i paesaggi che descrivono: «Rimasi in giardino, davanti al lago che scintillava sotto un cielo meraviglioso. Lo osservavo intenerito: azzurro tutt’attorno, verso i monti si tingeva di rosa, segnato da lontane strisce di vapori sottili».

L’autore, che si definisce “un manovale della penna”, è in realtà un assoluto perfezionista, aduso a limare i propri testi con cura certosina. La sua sensibilità si identifica nel suono della parola, dando forma a uno stile che privilegia nei contenuti il non detto, il non esplicitato. È quanto accade nella fiaba dell’orso ballerino, un toccante apologo morale che costituisce di fatto uno dei punti focali del libro. A narrare la fiaba al piccolo Coso è Ruggero, uno dei personaggi più struggenti e ambigui della storia. A lui, con la sua aura controversa, è affidato il compito di portare al ragazzino quelle parole di saggezza che segneranno nella sua vita un momento di svolta e di crescita. “Solo chi comprenderà la torbida bellezza di Ruggero riuscirà a entrare in sintonia con il gusto del perturbante”, afferma l’autore, il quale, in verità, ha sapientemente delineato non soltanto la figura di Ruggero, ma tutti gli altri personaggi, i quali si imprimono nella mente in modo indelebile.

Degna di menzione è infine la copertina, disegnata da Edoardo Fontana: l’illustratore si rivela sottile esegeta del testo, andando a coglierne e a tradurne in immagini uno degli episodi salienti, creando nel lettore che la osservi il necessario senso di inquietudine e di curiosità – di “perturbante”, come direbbe l’autore – che è la cifra caratteristica di chi raccontando, sa farsi, secondo quanto affermava Bufalino, “collezionista di ricordi” e “seduttore di spettri”.

p. 120, euro 12,00

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