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Senza distinzioni di genere

 

A parte le ovvie differenze biologiche, nel mondo di oggi persistono distinzioni di genere, che riguardano diritti e doveri di maschi e femmine. Ma come sarebbe il mondo se…

di Stefano Allievi. Sociologo e islamologo. Professore di Sociologia presso l’Università degli studi di Padova.

 

Non abbiamo esperienza precedente su cui basarci. Ma proviamo a fare uno sforzo di immaginazione: come sarebbe il mondo se maschi e femmine fossero trattati allo stesso modo? Se non ci fossero più, nell’ambito dei diritti e dei doveri, distinzioni di genere? Se rimanessero solo le ovvie differenze biologiche, e quelle che dipendono da queste?

Cominciamo. Pari opportunità di istruzione. Si comincerebbe a vedere a livello sociale quanto già osserviamo nelle nostre scuole e università: le donne studiano di più, hanno voti più alti, e finiscono gli studi più in fretta degli uomini (anche in materie più astratte e speculative, e proprio per questo a lungo considerate più “maschili” – curioso, visto che poi si dice che gli uomini sarebbero più bravi nelle professioni “pratiche”…). Il che, in radice, non giustifica più alcuna differenza salariale, che pure persiste.

Vedremmo molte più donne in discipline e professioni in cui oggi sono quasi assenti, e in ruoli (tipicamente quelli apicali) in cui sono fortemente sottorappresentate.

E vedremmo molti più uomini in discipline e professioni che prevedono competenze relazionali in cui oggi prevalgono le donne: anche perché, entrandoci gli uomini, e quindi non considerandole più svalorizzanti, aumenterebbero i rispettivi salari.

Imprese, burocrazie, eserciti, religioni, sport, rituali culturali, e tanto altro, si femminilizzerebbero: o meglio, perderebbero una caratterizzazione di genere. Il che significherebbe almeno, all’atto pratico: maggiore ricchezza di punti di vista; orari più elastici e tempi più flessibili, adatti ai ritmi di vita di tutti (non solo delle donne); una minore quantità di tempo speso in una singola occupazione (solo il lavoro, da un lato, solo la famiglia, dall’altro), ma anche, dentro il mondo del lavoro come dentro la famiglia, in un suo singolo aspetto, a detrimento di altri; una idea diversa di competitività, probabilmente: meno caratterizzata dalle peculiarità di un genere solo, e forse anche, a seguito del rimescolamento di generi, meno individuale e più di squadra.

Maggiore presenza delle donne nel mercato del lavoro significherebbe anche maggiore ricchezza familiare, e persino più figli: contrariamente a una opinione diffusa, e differentemente rispetto alle precedenti rivoluzioni industriali, oggi sono i paesi con i tassi più alti di lavoro femminile ad essere quelli con maggiore fertilità. Anche perché la società dovrebbe essa stessa trasformarsi, offrendo un numero maggiore di servizi alle famiglie (non alle donne). Contrariamente a un’altra diffusa opinione, storicamente l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro non ha fatto diminuire i lavori a disposizione (degli uomini), ma al contrario li ha aumentati: per un meccanismo di non intuitiva comprensione nel discorso comune, ma per nulla paradossale, e i cui effetti sono ben visibili, fino ad ora domanda e offerta di lavoro si sono supportate vicendevolmente.

Cambierebbe anche l’idea di famiglia: meno nucleare e chiusa in se stessa, più aperta a contributi, professionali e relazionali, altrui. E l’autonomia dei giovani sarebbe anticipata rispetto ad oggi.

Il contributo al lavoro casalingo continuerebbe ad essere, almeno in parte, contenutisticamente diverso (ma non come oggi), ma sarebbe più equilibrato in termini di tempo ad esso dedicato, da parte di tutti. E sarebbe in ogni caso possibile scegliere chi e come intende dare prevalentemente il suo contributo. Anche i congedi parentali e le facilitazioni, essendo a disposizione non di un genere ma di entrambi, favorirebbero scelte diversificate: non più per genere, appunto, ma per interesse individuale, capacità, opportunità, risorse a disposizione – con maggiore soddisfazione di tutti.

È ipotizzabile anche una maggiore e più generalizzata capacità di comunicazione dei sentimenti, una più diffusa espressività delle emozioni, e una rafforzata capacità relazionale: tutto questo, a livello di sistema.

Non si cancellerebbero le differenze di genere, dunque: ma si valorizzerebbero di più quelle individuali. Resterebbero gli archetipi, per così dire, ma non dominerebbero più gli stereotipi.

Da confronti

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