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La battaglia al Csm per Palermo

 

Sintesi di Samuela De Gaetani tratta da una riflessione di Gian Carlo Caselli

UnknownSi dice che la storia di ogni eroe sia la storia di un uomo solo. Solo nelle stesse battaglie che di eroe gli hanno procurato la fama.
La vita di Falcone non sfugge certo a tale paradigmatica condanna: ed è quanto Gian Carlo Caselli, il magistrato che dopo la morte di Falcone e Borsellino  chiese di andare a Palermo per dirigere quella Procura, ci racconta con la voce ancora rotta di chi, quel velo di solitudine, ha cercato ardentemente di squarciare.
È tra il 1986 e il 1992 che si dispiega il Maxiprocesso a Cosa Nostra: Falcone, Borsellino e l’intero pool antimafia conseguono la prima e la più grande di tutte le vittorie della giustizia contro l’associazione mafiosa, sferrando un colpo al cuore di tutto ciò che la mafia è stata fino a quel momento.
Ed è nello stesso 1986 che ha inizio il quadriennio di  Caselli al CSM , un quadriennio caratterizzato da un continuo susseguirsi di  “casi Palermo” che investirono Borsellino, Falcone e lo stesso pool.
Il primo “caso” riguarda la candidatura di Borsellino a capo della Procura della Repubblica di Marsala. Suo concorrente: un magistrato digiuno di mafia molto più anziano di lui.
Il criterio della professionalità antimafia vince sul vecchio tabù della gerontocrazia. Borsellino ottiene l’incarico, ma non esce illeso da quello scontro di criteri che avevano guidato le votazioni: Leonardo Sciascia- fuorviato dalle proprie fonti, come egli stesso riconoscerà più tardi-  in un articolo del “Corriere della Sera” intitolato “ I professionisti dell’antimafia”, riserva le ultime righe a un’invettiva contro il magistrato palermitano, accusato di essere un carrierista.
L’accusa rivolta a Borsellino diventa linfa della grande polemica contro i magistrati che combattono Cosa Nostra, e concorre a determinare l’esito del secondo “caso Palermo” ribaltando la maggioranza che si era formata su Marsala.
Nel 1988, infatti, con 14 voti a favore, 10 contrari e 5 astenuti viene nominato a capo dell’ufficio istruzione di Palermo Antonino Meli, un magistrato del tutto inesperto di mafia, preferito alla grande competenza in materia che aveva magistralmente mostrato sul campo il più giovane Falcone, candidato allo stesso incarico.
Esprimendo il suo voto a favore di Falcone, la notte del 19 gennaio 1988, Gian Carlo Caselli terrà un discorso davanti al plenum del Consiglio Superiore della Magistratura. In questa occasione egli non solo getta luce sull’enorme portata dei risultati conseguiti dall’antimafia con il Maxiprocesso ( la fine dell’impunità  e del  mito dell’invincibilità di Cosa nostra), ma mina le fondamenta delle  strumentali  e calunniose accuse di “protagonismo” che erano state mosse a Falcone in quegli anni. «Quando i giudici non davano fastidio, quando non erano scomodi», dirà, «erano tutti bravi e belli. Ma quando hanno cominciato ad assumere un ruolo preciso, a dare segni di vitalità, a pretendere di esercitare il controllo di legalità anche verso obiettivi prima impensati, ecco che è cominciata l’accusa di protagonismo».
In particolare, Caselli mette a fuoco il bersaglio di quella guerra fredda che si consumava in seno al CSM:  certo Falcone, ma non solo;  anche tutto ciò che egli rappresentava, in  particolare il vincente metodo di lavoro del pool. Abbandonare la direttiva della   professionalità specifica antimafia prescelta per Marsala e passare  con Meli/Falcone alla direttiva opposta della mera anzianità  è dunque  anche una  scelta politica contro il metodo di lavoro del pool di Falcone.  Che per lo stato equivaleva a gettare le armi di fronte alla mafia. La lotta alla mafia – come metodo e risultati – arretra di trent’anni.
Si  rinuncia ai parametri  tipici del pool della  specializzazione e centralizzazione dei dati nelle inchieste sulla mafia; da un metodo dimostratosi col maxiprocesso vincente, perché consentiva una visione organica del fenomeno nel suo complesso, si torna alla vecchia e perdente  parcellizzazione, che alla mafia aveva assicurato per anni una sostanziale impunità.
È Borsellino a denunciare queste  storture dell’antimafia dopo la “penalizzazione” di Falcone e del pool. Con  due  interviste da lui rilasciate il 20 luglio del 1988 ( ad Attilio Bolzoni e Saverio Lodato), ma le sue denunce vengono liquidate dal CSM che addirittura apre contro di lui un procedimento paradisciplinare per non aver seguito “le vie istituzionali”.
Intanto,  soppresso dalla riforma processuale del 1989 l’ufficio istruzione per cui era stata scatenata la bagarre Meli/ Falcone, viene accolta la domanda di Falcone a Procuratore aggiunto di Palermo, ma sul suo conto le calunnie e gli attacchi  non si arrestano. Corvi e veleni vari lo accusano  vilmente di  essersi organizzato da solo l’attentato dell’Addaura del 21 giugno per favorire tale nomina.
L’anno seguente viene bocciata la sua candidatura al CSM. Mentre a Palermo, per Giovanni Falcone, il grande protagonista del Maxiprocesso, solo porte chiuse e umiliazioni che lo costringono ad “emigrare” a Roma.
Nominato da Claudio  Martelli  dirigente dell’ufficio affari penali al ministero della giustizia, Falcone può riprendere la sua ostinata battaglia alle mafie. Non solo crea la DNA (Direzione Nazionale Antimafia), le DDA (Direzioni Distrettuali Antimafia) e la DIA, ma consolida la legge sui pentiti e getta le basi del  41 bis.
Uno strumentario organizzativo che promette  altri scacchi alla mafia. Nello stesso periodo, la Cassazione conferma in via definitiva ( ed è la prima volta nella storia dell’antimafia)  le condanne del Maxiprocesso.  Due “siluri” micidiali cui la mafia reagisce bestialmente con le stragi del 1992.
«Prima o poi la mafia mi ucciderà», aveva profetizzato Falcone all’indomani dell’attentato dell’Addaura.
Ma aveva cominciato a morire molto prima, secondo Borsellino. Proprio quando il CSM gli aveva negato la nomina a successore di Caponnetto.
Falcone è stato ucciso da tanti, in molti modi, innumerevoli volte.
Ma con il suo insegnamento rimane vivo e combattente attraverso gli occhi di Caselli  e di tanti altri che ci interrogano: che cosa sceglieremo per domani?

Da mafie

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