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Chi merita di vincere Cannes? 12 è il numero magico che decide tutto

 

A Cannes c’è un numero magico: il 12. Dodici minuti di applausi a Marco Bellocchio, dodici minuti di cunnilinguo in “Mektoub, my love: intermezzo”, secondo capitolo della fluviale trilogia varata da Abdellatif Kechiche alla Mostra di Venezia, due anni fa, con “Mektoub, my love: atto primo”. Finita, la trilogia durerà 12 ore. Cercasi cavia per consumarla non-stop.

Non fraintendete, non è bigottismo. “La vie d’Adèle”, Palma d’oro a Kechiche nel 2013, era tanto più erotico, ed era un bellissimo film. Non è per via di quei dodici minuti olimpionici, casomai invidiabili. È che sono l’unica pausa in tre ore e 40 di reclusione dentro una discoteca assordante, con cinepresa inchiodata ad altezza di natiche in movimento.

Howard Hawks filmava ad altezza d’uomo. Kechiche si orienta più in giù. La noia è fatale. Il delegato generale Thierry Frémaux aveva promesso un Festival “romantico e politico”. Suppongo che il cunnilinguo stia in quota romanticismo.

Dodici diviso tre fa quattro: quattro registe donne a caccia quest’anno di un piazzamento nel Palmarès. Scommetto sulla francese Céline Sciamma con “Portrait de la jeune fille en feu”. Per due ragioni squisitamente politiche: Sciamma è tra le fondatrici del movimento ‘50/50’, contro il sessismo nel cinema, e il film è ‘all  women’: nessun intruso maschile e una love story – in costume- tra donne. Meriti a parte, perfetto per pareggiare i conti in un colpo solo. Scusate il cinismo.

Dodici meno cinque fa sette: tanti sono i film che non stupirebbe trovare tra i premi. Non so se Inarritu- un presidente della Giuria bello tosto- troverà affinità elettive con “Il Traditore”, la nostra scommessa di casa. Potrebbe trovarne con “Les Misérables”, brillante debutto di un ragazzo nero della banlieu, e assai di più con “Parasite”, il noir sudcoreano che radicalizza la lotta di classe. In giuria ci sono sette registi: conto che la straziante denuncia di Ken Loach, con “Sorry we missed you”, non venga dimenticata.

Dodici diviso quattro fa tre: tre monumenti, Almodovar, Tarantino e Malick, col punto interrogativo. Sbaglierò, ma non vedo l’oro per nessuno dei tre. Tarantino e Malick lo hanno assaggiato, lo spagnolo lo aspetta da sempre.

Il colpo d’ala sarebbe il premio all’attore per “Once upon a time… in Hollywood”. Brad Pitt o Leo Di Caprio. Magari entrambi. Ci sta. Belli, bravi,  e sul palco fanno figura.

“Dolor y gloria”, così introspettivo, sofferto e autoreferenziale, emoziona moltissimo o niente. Dipende da quanto ognuno ci riconosce le proprie ferite dell’anima.

In “A hidden life” l’obiettore di coscienza di Malick, decapitato dai nazisti, è soffocato drammaturgicamente da troppa bellezza visuale. Lo splendore della natura prende la mano al regista. A volte ci sono virtù dannose per l’equilibrio di un film.

Il loro però  è cinema alto. Ai nove giurati di Cannes il compito di non umiliarli.

Fonte: Huffington Post

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