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“Non andate dai carabinieri e portatemi altre vittime”. In aula bunker la testimonianza della collega Pacella contro Antiracket Salento

 

Venerdì 12 aprile, la collega Fabiana Pacella testimonierà in aula bunker presso il carcere di Lecce. Testimonierà contro Antiracket Salento, lo sportello istituito con fondi del Ministero dell’Interno e con sedi a Lecce, Brindisi e Taranto, che avrebbe dovuto garantire assistenza alle vittime di reati gravi quali racket e usura. Un’inchiesta della Procura di Lecce ha portato gli uomini della guardia di finanza nelle stanze di quello sportello, dopo aver scoperto una truffa (altri reati contestati: falso, corruzione concussione) che ha coinvolto, oltre alla presidente Maria Antonietta Gualtieri, altri collaboratori e professionisti, fino addirittura a pubblici amministratori e funzionari del capoluogo barocco.

2017, una bufera giudiziaria su Lecce: arresti e indagati. L’antimafia sociale tradita dall’antimafia sociale. Uno schiaffo brutto al Paese migliore, un pugno nello stomaco a quanti già avevano vissuto e vivevano il dramma del racket e dell’usura. La collega Pacella nel 2012 assunse l’incarico di addetta stampa di Antiracket Salento, ma dopo qualche mese di collaborazione (prevista per contratto fino al 2015) , il rapporto con la presidente si incrinò poiché la collega pretendeva di svolgere il proprio incarico nel rispetto della deontologia e della legalità. Un individuo scomodo, insomma, là dove – si sarebbe poi scoperto -, operava un’associazione a delinquere.

Mobbing, licenziamento, querela penale e richiesta di risarcimento danni, uno stalking a 360 gradi davanti al quale Pacella ha reagito con una scelta consapevole che le sarebbe costata comunque cara: rinunciò al lavoro ben pagato, denunciò a Procura, Commissario straordinario di Governo per il coordinamento delle iniziative antiracket e usura presso il Ministero e Ministero dell’Interno e indagò, scoprendo altre pagine buie.

 

DI SEGUITO, UNO STRALCIO DELL’INTERVISTA REALIZZATA DALLA COLLEGA PACELLA, A UNA DELLE VITTIME DI RACKET PRIMA E ANTIRACKET POI:

“Non ero neanche a conoscenza dell’esistenza di associazioni antiracket e usura, non sapevo ci fosse la possibilità per le vittime di tali reati, di accedere a fondi e avere mutui senza interessi – ricorda un imprenditore, vittima di usura -. In quel periodo la mia vita era stata travolta da uno tsunami. Avevo visto mio padre, ultrasessantenne, nei guai dopo una vita di lavoro, il rapporto tra lui e la mamma s’incrinava giorno dopo giorno, la nostra impresa andava sempre peggio e a fine mese c’era un mucchio di denaro da pagare, soprattutto al nostro aguzzino, che si era presentato a noi come un benefattore”.

I fatti risalgono a ottobre e novembre del 2012, periodo in cui il protagonista di questa assurda vicenda, riuscì a squarciare un velo su mesi di vessazioni, fungendo da esempio per altri imprenditori sotto usura, che seguirono le sue orme e denunciarono tutto alle forze dell’ordine, consentendo l’arresto di un usuraio, con l’accusa di usura pluriaggravata continuata ed esercizio abusivo di attività finanziaria.

“In quei giorni decisi di rivolgermi ad un’associazione antiracket e usura locale – continua l’imprenditore –. Il primo di quattro incontri fu sereno, pacato, mi sentii a mio agio nonostante la difficoltà della situazione nel complesso. La persona responsabile dell’associazione mi parlò delle loro attività, mi chiese la documentazione relativa al mio caso e mi rassicurò, complimentandosi per il coraggio che avevo avuto nel denunciare. Il peggio però, arrivò una settimana dopo, al secondo incontro”.

Richieste specifiche e mirate “proprio da parte di chi, solo sette giorni prima voleva offrirmi sicurezza e aiuto. Negli uffici dell’associazione – ricorda la vittima – ho incontrato anche due avvocati. Mi hanno chiesto denaro per aprire la mia pratica, la somma di 300 euro in contanti, senza fattura né ricevuta”.

In realtà, l’istanza di accesso al fondo di solidarietà, oltre ad essere gratuita, è scaricabile via internet dai siti di prefetture e polizia, può essere compilata dalle stesse vittime senza aggravi di nessun genere.

“Non solo richieste di denaro, mi sono state fatte in quell’ufficio – incalza l’uomo -. La persone responsabile dell’associazione mi chiedeva con insistenza di trovare altre vittime di racket e usura del mio comune e di altri paesi vicini da portare in ufficio ricordandomi che, se non avessi collaborato in tal senso, non mi avrebbero aiutato. Addirittura mi chiesero di portare in auto con me altre vittime, di lasciarle in strada vicino all’associazione e poi ci avrebbero pensato loro”.

Altri “consigli” sarebbero arrivati in seguito. “In due occasioni con me è venuto anche mio padre – aggiunge il giovane -. Anche a lui hanno fatto le stesse richieste. Addirittura mi chiesero di non rivolgermi più ai carabinieri e di parlare solo ed esclusivamente con loro”.

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