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Caso Peveri. “La legittima difesa in questa storia non c’entra nulla”

 

Se non siamo allo scontro istituzionale, poco ci manca. Procura della Repubblica di Piacenza e corte di Cassazione da un lato; politica e social network dall’altra. Stiamo parlando del “caso Peveri”, un imprenditore piacentino condannato nei giorni scorsi in via definitiva a 4 anni e 6 mesi per il tentato omicidio di Dorel Jucan, attualmente facchino impiegato nella logistica piacentina e ai tempi dei fatti (5 ottobre 2011) disoccupato e incensurato, ma pizzicato da Peveri e un suo dipendente mentre cercava di rubare del gasolio da un escavatore nel greto del torrente Tidone, malmentato e colpito in pieno petto da un colpo di fucile a pompa.
Quella notte, il tentativo di furto si concluse con un tentato omicidio commesso da Angelo Peveri in concorso con Gheorghe Botezatu un suo dipendente, condannato a 4 anni e 2 mesi sempre per tentato omicidio in concorso. Entrambi, da subito, hanno scelto il rito abbreviato e per questo hanno potuto usufruire su uno sconto di pena pari a un terzo. Martedì 19 febbraio 2019, Peveri e Botezatu, si sono consegnati ai carabinieri per l’esecuzione della condanna. Non prima, però, di aver partecipato a una conferenza stampa organizzata da alcuni sindaci in quota Lega del piacentino che hanno consegnato un appello in favore dei due condannati e annunciato l’avvio di una raccolta firme a sostegno di Peveri e Botezatu. Ora i due condannati si trovano alla Casa Circondariale delle Novate, a Piacenza.

Il “caso Peveri” sta impazzando sui social che, evidentemente, sono diventati il “quarto grado di giudizio” del sistema giudiziario italiano. E la sentenza, qui, è unanime: salvate Peveri e Botezatu. D’altronde, subito dopo la condanna definitiva, si sono registrate le prese di posizione del ministro dell’Interno, Matteo Salvini, di Giorgia Meloni e via via di altri politici di seconda fila della Lega e della “sinistra” che dimostrano di non sapere nulla sul caso. Il primo, Salvini, ha rilanciato il progetto di riforma di legge sulla legittima difesa. Gli altri hanno sottolineato come la giustizia sia stata “ingiusta” condannando un imprenditore che ha subito 91 furti (40, diranno i carabinieri, quelli denunciati).

Questi, a Piacenza, sono i giorni delle raccolte firme, dei gruppi Facebook di solidarietà, degli striscioni di Casa Pound (“Noi stiamo con Peveri”), dei sit-in davanti al carcere annunciati da Aldo Di Giacomo, segretario del sindacato di polizia penitenziaria e infine, notizia di queste ore, è stata convocata una manifestazione di piazza per domenica 3 marzo sotto l’ombra di palazzo Gotico, in centro a Piacenza, perché “(Peveri) sparò a un ladro romeno, ferendolo gravemente, intento a rubare del gasolio alla Mottaziana di Borgonovo” si legge nell’appello.

“La legittima difesa in questa storia non c’entra nulla”. A dirlo sono stati il pubblico ministero Ornella Chicca, che otto anni fa coordinò le indagini del Nucleo operativo dei carabinieri di Piacenza, e il procuratore capo Salvatore Cappelleri. In un’intervista a firma di Paolo Marino apparsa sul quotidiano Libertà mercoledì 20 febbraio, il procuratore Cappelleri spiega che “la legittima difesa non è mai entrata nel processo”. Ossia gli avvocati di Peveri e Botezatu non hanno mai sostenuto questa tesi. Ovviamente, il caso, oggi spettacolarizzato, va ricondotto a estrema prudenza e riguardo. “Ora che è stata scritta la parola fine sulla vicenda, tutti dovrebbero accettare la ricostruzione dei fatti per quella che è – ha detto il procuratore – e penso che questo atteggiamento dovrebbe valere a maggior ragione per chi ricopre cariche istituzionali, da cui mi aspetterei parole di grande prudenza”.

Come andarono le cose quella notte di ottobre del 2011?

Un antifurto segnala un tentativo di manomissione a un escavatore della ditta Peveri lasciato sul greto del Tidone. Nel cantiere sul torrente, tre persone fuggono e Peveri esplode colpi di fucile a pompa verso i tre (lui sosterrà di aver sparato in aria, ndc) e una delle tre persone viene ferita al braccio. Dopo qualche tempo, Jucan Dorel, che si era allontanato senza un graffio, torna sul luogo del delitto per recuperare la sua auto. Lì viene riconosciuto da Botezatu che lo immobilizza e, dice il procuratore: “lo costringe a inginocchiarsi e lo immobilizza e a mettere le mani dietro la nuca”, quindi lo colpisce con un corpo contundente mai individuato. Peveri arriva subito dopo, e quando arriva il ladro è a terra, immobile. A quel punto viene afferrato per il collo e gli viene sbattuta la testa più volte sui sassi. La perizia balistica dirà che Peveri in quei frangenti ha esploso un colpo di fucile da una distanza di un metro e mezzo, due al massimo, che colpisce il ladro in pieno petto. LA perizia dirà che il colpo fu sparato “da una persona in piedi verso una persona supina”. Dorel da allora è invalido al 55% e ha avuto lesioni al polmone.

Questi, incensurato, patteggia una pena di 10 mesi per il tentato furto di gasolio. Nei giorni scorsi Dorel ha dichiarato che ai tempi era disoccupato. “Non sono come chi aggredisce le persone o ruba in casa”, ha detto l’uomo, 35enne all’epoca dei fatti, che oggi vive e lavora in provincia di Piacenza con la sua famiglia e si è trovato al centro della polemica per quel che successe sul greto del Tidone quella notte. Il “caso Peveri” è un caso di tentato omicidio che nulla c’azzecca con la legittima difesa. Ma sembra altro, a leggere i comunicati stampa dei partiti, i commenti sui social e ascoltando le prese di posizione dei sindaci che si sonos chierati con l’imprenditore e il suo dipendente.

Prima il caso “Salvini-nave Diciotti”, ora il “caso Peveri” e ancora prima il referendum popolare indetto da Ponzio Pilato tra Barabba e Gesù Cristo. “Quando si chiede al popolo di pronunciarsi non su questioni di principio, ma su casi penali dei quali non sa nulla – ha scritto recentemente Travaglio in un editoriale sul Caso Diciotti – e la riposta che arriva di solito è sbagliata”. E questo è il caso.

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