Sport e diritti, la partita continua

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“La partita della Supercoppa è finita, l’impegno per i diritti prosegue”: all’indomani di Juve-Milan giocata a Gedda e delle proteste che ha sollevato, Beppe Giulietti ha sintetizzato con un tweet il da farsi. E’ stata una battaglia impari, chi può negarlo.  Ma ne è valsa la pena perché ha squarciato il velo sullo sport, e sul calcio in particolare. In prima fila ci sono stati cittadini e giornalisti, da Amnesty International a Usigrai, da Articolo 21 a Fnsi e Ordine dei Giornalisti. A loro va il merito di aver frantumato una sorta di separatezza dello sport e del calcio, un’ “immunità olimpica” della quale non può godere chi rincorre unicamente la logica del profitto. Se il calcio è diventato un fenomeno sociale ed economico così importante, i suoi organismi dirigenti (Lega e Federcalcio) devono assumersi la responsabilità di fare educazione, di parlare ai giovani il linguaggio del rispetto, della legalità e della dignità.  Anche quando c’è da prendere decisioni scomode.

L’impegno per i diritti attraverso lo sport prosegue sempre, in prima persona, da sportivi e non solo da testimoni. Le occasioni non mancano, come saranno quelle della Corsa di Miguel e della StrAntirazzismo in programma a Roma domenica prossima. L’impegno per i diritti prosegue e lo sport interpreta un ruolo importante, quando si vince e quando si perde. Ecco qualche esempio, correndo veloci sulla cresta del secolo breve, a cominciare dai diritti delle persone con disabilità: quanti ricordano che la prima edizione delle Parolimpiadi si svolsero a Roma?  Con la cerimonia di apertura che si tenne allo stadio dell’Acqua Acetosa con cinquemila persone.

I diritti umani e civili negati dall’avanzata del nazifascismo in Europa diventarono l’identità delle Olimpiada Popular a Barcellona nel 1936, organizzate contro i Giochi di Hitler. Ci furono 25 nazioni che dissero no al festival propagandistico di Goebbels. I diritti delle persone lgbt nel 1982 divennero esibiti e contrapposti all’imperante maschilismo dello sport e vennero organizzate a Los Angeles le prime Olimpiadi  Gay. L’iniziativa è poi diventata quadriennale e nell’ultima edizione di Parigi, nel giugno 2018, la denominazione è diventata quella di Giochi Mondiali della Diversità.

I diritti delle donne infrangono un muro nel 1967: per loro la maratona è vietata, come lo sono il rugby, il salto con l’asta, l’hockey su ghiaccio e tante altre discipline. Katrine Switzer non ci sta, inventa uno stratagemma e porta a conclusione la sua km. 42,097 a Boston, in quattro ore e venti. Ma vince la sua battaglia più importante e nel 1984 a Los Angeles la maratona olimpica apre alle donne. Lo sport che si guarda intorno non è soltanto quello dei campioni, è anche quello di base e popolare: è la storia di Corri per il verde a Roma, nata nel 1971 a Roma per il diritto all’ambiente, grazie al quotidiano Paese Sera e all’Uisp. Lo sport è occasione di occupazioni pacifiche e festose grazie ad una corsa podistica per tutti, per tutte le età e per intere famiglie.

I diritti universali hanno un nemico spietato, da sempre, che affiora a cicli storici: il razzismo. Quando Cassius Clay, il futuro Mohammed Alì, torna in patria con la medaglia d’oro al collo vinta alle Olimpiadi di Roma del 1960 è un giovanotto alto e grosso come tanti. Un episodio gli aprirà gli occhi: chiede due hamburger e il titolare gli risponde che non può sedersi perché è nero. “La rabbia è enorme, c’è pure uno scontro con alcuni giovani razzisti che sconfina fuori dal locale. Il campione olimpico ha deciso che il suo paese non merita la medaglia d’oro che ha vinto: la butta nell’Ohio con un gesto che diventa storia” (V.Piccioni e altri, “Ai vostri posti”, booklab Roma, 2015).

Il razzismo affiora ed è importante mantenere vivo l’impegno, nelle curve degli stadi che in alcuni settori trasudano violenza e intolleranza, con gli striscioni e i buu che, da regolamento, dovrebbero consentire agli arbitri di sospendere le partite. Come avviene all’estero e come chiede l’Uefa, anche se da noi sembra impossibile.

Il no al razzismo è l’impegno più alto, in nome dell’inclusione e del diritto all’uguaglianza. Un diritto universale che lo sport sociale e per tutti interpreta attraverso tante iniziative sul territorio come i Mondiali Antirazzisti che hanno un’esperienza ventennale ed hanno gemmato in molte città esperienze come tornei multiculturali di calcio e altre attività e squadre di rifugiati e richiedenti asilo come i Liberi Nantes a Roma e Afro Napoli United nel capoluogo campano.

L’impegno per i diritti prosegue, nei campi di serie A e nelle strade. Basta guardarsi intorno e partecipare: domenica 20 gennaio a Roma ci sarà la 20a edizione della Corsa di Miguel di 10 km. che partirà alle 9.30 dallo stadio dei Marmi, mentre la V edizione della StrAntirazzismo, non competitiva di 3 km, partirà alle 10.45 dal Ponte della Musica. Questo appuntamento riguarderà migliaia di giovani delle scuole di Roma e provincia e tutti coloro che vorranno unirsi in nome dei diritti e dei valori dello sport.

Musica e danze prima dello start, con l’orchestra Musa Etnica e i Mami Wata, percussionisti dell’Africa occidentale. L’organizzazione della corsa aperta a tutti è garantita dal Club Atletico Centrale con l’aiuto dell’Uisp Roma e la manifestazione è dedicata a Samia Yusuf Omar, l’atleta olimpica somala morta su una carretta del mare nel 2014, tentando di arrivare in Italia. Il percorso si snoderà dal Ponte della Musica sino al parco del Foro Italico e arrivo all’interno dello Stadio Olimpico. Sono già 2.500 gli iscritti, i gruppi più numerosi con oltre 100 iscritti arriveranno dai Licei Tacito e Talete, dalle scuole medie Ovidio e Falcone Borsellino e da Castelnuovo di Porto, comune a 35 km dalla Capitale, che vedrà alla partenza anche il sindaco Riccardo Travaglini e con lui i giovani del Cara, il Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo. Anche i giornalisti e i cittadini della rete NoBavaglio e dell’associazione Articolo 21 parteciperanno alla corsa.
La storia della Corsa di Miguel parte il 9 gennaio del 2000, una data tutt’altro che casuale: proprio il 9 gennaio del 1978 Miguel Sanchez, podista e poeta argentino, venne rapito da un commando paramilitare, diventando uno dei quasi 30.000 desaparecidos vittime della dittatura.