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Piccola Atene

 

di Salvatore Falzone

copertina 2

Barion Mursia

Forse l’ho scritto per caso (ma esiste poi davvero il caso?). O forse no, l’ho scritto perché non vedevo l’ora di scriverlo. Oppure soltanto perché era destino che un piccolo sogno giovanile si trasformasse in un libro dal titolo strano: Piccola Atene.
Già, Piccola Atene, appellativo dato da Sciascia a Caltanissetta, “città lontana e sola” per dirla con Giorgio Caproni, l’antica Nissa che dalla metà degli anni Trenta fino ai Sessanta riscattò l’isolamento geografico con un’involontaria centralità culturale. Ma il romanzo è ambientato ai giorni nostri, e l’etichetta confezionata dal maestro di Racalmuto suona un po’ malinconica e un po’ ironica.
Al centro del racconto c’è la provincia con la sua dolce ambiguità. Per uno scrittore la provincia rimane un punto d’osservazione straordinario, un binocolo che permette di guardare a distanza ravvicinata le persone in carne e ossa e di arrotondare meglio i personaggi di carta. Il pericolo non soltanto stilistico è quello dell’eccessiva caratterizzazione, spesso folkloristica e di maniera. Provincia non vuol dire farsa: bisogna sempre prendere sul serio l’ambiente, sia pure ridotto, in cui si nasce si vive e si muore. Provincia non è solo sinonimo di esistenza tranquilla. E’ anche una condensa di contraddizioni. Una cornice avvolgente dove tuttavia, per un niente e all’improvviso, esplodono i contrasti.
I personaggi della storia si muovono dolorosamente in uno spazio angusto e insieme infinito. Il vescovo, l’onorevole, il defunto proprietario del centro commerciale di nuova costruzione, una femme fatale, gli imprenditori di un’antimafia di facciata (capita che la letteratura anticipi la cronaca, compresa quella giudiziaria) sono tutti protagonisti di un noir che svela le impalpabili dinamiche del potere attraverso le avventure di un detective per caso, Gaspare Lazzara, trentenne disoccupato con la passione per l’informatica, che scivola sul vischio di un territorio in cui si agitano poteri più forti di quanto si possa immaginare. Un piccolo mondo, sempre meno antico e in costante evoluzione, ma impenetrabile e tutto sommato immutabile, caratterizzato da un ordine gerarchico, da regole, grovigli di interessi, ataviche dinamiche di gestione opaca del potere.
Nelle province (soprattutto siciliane?) il cosiddetto sistema ha evidenze quasi plastiche. Chi non accetta lo stato di cose, chi lo mette in discussione anche solo mentalmente, come appunto Gaspare Lazzara, rischia l’isolamento. E torniamo a Caltanissetta, il luogo del delitto. Come entra e come esce dalle pagine del romanzo? Bé, come tutti i luoghi letterari, la mia Caltanissetta ha una doppia esistenza: città reale, presente nel racconto con precisi riferimenti topografici, e luogo di immaginarie proiezioni e rielaborazioni; dunque città non inesistente, ma rivisitata, trasfigurata…
Può bastare. Ma permettetemi due note a pie’ di pagina.
La prima: devo questo libro a Beppe Benvenuto, personalità d’esperienza nell’editoria nazionale, per certi versi atipica, umanista raffinato e generoso, dotato di un suo gusto particolare per la parola detta e scritta.
La seconda: se non avete tempo di leggere o rileggere Piccola Atene, leggete o rileggete almeno la postfazione di Enzo D’Antona. È un pezzo magistrale.

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