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Un esempio di socialismo reale. ‘Santiago’ di Nanni Moretti, dal 6 dicembre al cinema

 

Santiago, film di chiusura della 36a edizione del Torino Film Festival, è un documentario che racconta di quel periodo drammatico in cui il Cile passò dalla democrazia a un regime totalitario. Se infatti la dittatura di Pinochet ha un triste posto nel nostro immaginario, poco si sa (tranne quelli che hanno vissuto in quegli anni) del mandato di Salvador Allende, una vera anomalia nel panorama mondiale. Fu infatti l’unico presidente esplicitamente socialista e marxista ad essere eletto democraticamente.

Durante quegli incredibili tre anni vennero presi provvedimenti per combattere la povertà e l’analfabetismo, dilaganti nella maggioranza della popolazione cilena.

Così venne resa obbligatoria e gratuita l’alfabetizzazione, venne fornito a tutti i bambini mezzo litro di latte al giorno e inoltre vennero bloccato i prezzi di beni di consumo come pane, carne, sigarette. Questa politica economica diede molto fastidio agli industriali e ai commercianti perché limitava i loro profitti. Così piuttosto di vendere i beni a prezzi contenuti preferivano ritirarli dalla vendita ufficiale e immetterli nel mercato nero a un prezzo dieci volte superiore.

Un’altra misura rivoluzionaria adottata da Allende fu quella di nazionalizzare le miniere di rame, vera ricchezza cilena, espropriando così le compagnie nordamericane, che fino a quel momento avevano lucrato. Non è un segreto che il governo statunitense dell’epoca, con a capo Richard Nixon, non vedesse di buon occhio Salvador Allende. Dagli archivi desecretati della CIA (il Rapporto Church del Senato degli Stati Uniti) emerge chiaramente l’intervento degli USA per impedire l’elezione di Allende. Ma non è tutto perché una volta che venne eletto, il governo statunitense diede soldi all’esercito e ai servizi segreti cileni per finanziare il colpo di stato, che poi portò al potere Pinochet.

L’ultima parte di Santiago racconta di come molti cileni siano sfuggiti alla dittatura rifugiandosi nell’ambasciata italiana. L’unico modo per raggiungerla era scavalcare un muro alto due metri che veniva costantemente sorvegliato da una guardia armata. L’ambasciata italiana non fu la sola a salvare persone ma fu l’ultima a farlo, l’unica che resistette quando tutte le altre chiusero.

Gli intervistati, descrivono l’Italia degli anni ’70 come un paese incredibile e generoso, dal punto di vista politico ma anche umano. L’Italia di Pasolini, delle “cantine” teatrali, della Rossa Emilia, che credeva nel valore dell’accoglienza indiscriminata e in cui l’ideologia comunista e antifascista era ancora molto radicata. Una specie di paradiso, dove tutti i loro sogni socialisti si erano realizzati mentre gli stessi rifugiati cileni constatano come l’Italia di oggi si avvicini pericolosamente al Cile di Pinochet.

Per queste ragioni Santiago non è solo un documentario su un paese e un passato lontani ma riesce a raccontare indirettamente anche la nostra attualità. Nonostante lo stile utilizzato sia asciutto ed essenziale (sono numerose le inquadrature fisse sull’intervistato) trasmette una grande forza di contenuti e soprattutto emoziona, cosa che raramente accade nei film narrativi di Moretti, più cinici e autoreferenziali.

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