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Quel “pezzo” sul dentista del mio editore

 

di Lucio Luca

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Lucio Luca, giornalista di Repubblica e autore del libro “L’altro giorno ho fatto quarant’anni” (Laurana editore)

C’è un’altra scrivania vuota in redazione. Qualcuno che non ha retto alle pressioni o, molto più serenamente, ha mandato al diavolo il padrone. Sto qui dalle dieci del mattino, me ne sono accorto solo adesso, dopo aver smadonnato con il pc che mi ha cancellato due volte una pagina già titolata e un paio di cazziatoni dell’editore che continua a volteggiare come uno sciacallo sui nostri brandelli.
Come dice il mio caposervizio, a Pierino non basta sentirsi padrone dei suoi giornalisti. No, per lui pagarli significa comprarsi anche la loro anima, la loro dignità. E più deve pagarli, più si sente in diritto di massacrarli e di portarli all’esasperazione. L’altro giorno ho rischiato di rovinarmi, se i colleghi non mi avessero trattenuto gli avrei fatto davvero male. Mi ha rimproverato per un pezzo, uno di quelli in cui tolgo la pelle a un dentista sotto processo perché con i soldi europei non ha comprato macchinari sanitari ma auto di lusso di cui va pazzo. Non è solo il dentista di Pierino, è soprattutto un suo carissimo amico, uno di quelli che gli servono per aprire le porte che contano, quelle della politica e dell’imprenditoria. Io adoro prendere per il culo il dentista, so che è quello che gli fa più male. E niente, al mio editore proprio non va giù che seguiamo questo processo con tanta attenzione. Come se non fosse una delle notizie più importanti a Cosenza e dintorni dato che dalle nostre parti questo qui lo conoscono tutti.
L’altro giorno, dicevo, dopo l’ennesimo articolo nel quale il dentista ne usciva con le ossa rotte, Pierino ha cominciato a insultarmi davanti a tutti: “Ti avrei dovuto cacciare da tempo — urlava — la tua fortuna è che io tengo a quella santa donna di tua moglie e alla bambina, tu te ne fotti. Ci tengo più io alla tua famiglia che tu”.
Cioè, io lavoro 16 ore al giorno, mia figlia la vedo sì e no dieci minuti al giorno, vengo qui a farmi massacrare per due lire e ti permetti pure di dirmi una cosa del genere? Meno male che un paio di colleghi mi hanno fatto ragionare, altrimenti gli avrei dato fuoco al giornale, altro che storie.
Le scrivanie vuote sono sempre di più. L’ultima, quella della quale nemmeno mi ero accorto, l’ha occupata per molti anni Pietro, uno dei “vecchi” di “Calabria Ora”. E’ stato noi dal primo giorno, ha fatto il redattore capo in quattro o cinque città della regione, spesso anche contemporaneamente. Un lavoro massacrante, da autentico fuoriclasse del desk. Ecco, Pietro è un fuoriclasse nell’organizzazione del lavoro. E infatti lo hanno cacciato.
Oddio, come sempre non è Pierino che ti sbatte fuori, sei tu che ti arrendi, piegato da condizioni di lavoro estreme e pressioni psicologiche inaccettabili. Pietro mi aveva raccontato che da un giorno all’altro l’editore gli aveva imposto di lasciare Cosenza e di andare a Catanzaro. Naturalmente senza qualifiche, soldi e rimborsi spese. Insomma, doveva lasciare moglie e figli, guadagnare sempre quei quattro soldi e spenderne il doppio per affittarsi un buco dove dormire nella sua nuova città,
“Pierino, non ci vado a Catanzaro” gli aveva detto a muso duro.
“Ah, non ci vai? é giusto, qui siamo in democrazia”, l’aveva sfottuto quello.
Da quel momento Pietro non aveva più ricevuto lo stipendio, erano passati quattro mesi e l’editore lo stava prendendo per fame. Fino a quando il mio collega aveva chiamato la segreteria di Pierino: “Datemi tutti gli arretrati e io vado a Catanzaro. Ditelo a Pierino”. Magicamente il giorno dopo gli stipendi erano arrivati e il padrone l’aveva convocato nel suo ufficio per umiliarlo come fa con chiunque non gli cali la testa: “Bene, Pietro, ho visto che hai accettato la mia proposta. Lo vedi quanto è bella la democrazia?”.
(6 continua)

Da mafie

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