Sei qui:  / Blog / Mi chiamo Alessandro e volevo fare il biologo

Mi chiamo Alessandro e volevo fare il biologo

 

di Lucio Luca

lucio-luca

Lucio Luca, giornalista di Repubblica e autore del libro “L’altro giorno ho fatto quarant’anni” (Laurana editore)

Se c’è una cosa che amo di questo lavoro è il momento in cui chiudo l’ultimo titolo, mi fumo finalmente una paglia, accendo lo stereo dell’auto e mi ascolto a palla un pezzo di Bono o degli Smiths.
Adoro i vicoli bui che da piazza Bilotti salgono verso Donnici, il mio paese, un corso lungo qualche chilometro, due bar, il tabaccaio, la chiesa di don Tommaso. D’inverno qui cade persino la neve. Oddio, neve è troppo, ma insomma fa un freddo cane, specialmente a notte fonda quando uno che fa il mio lavoro torna a casa dopo una giornata che sembra non finire mai.
Mi chiamo Alessandro, ho quasi 40 anni, una bella famiglia, una moglie che mezza Cosenza mi invidia e una figlia che è tutta la mia vita. Faccio il giornalista e, dicono, ci riesco pure bene. Non che fosse il sogno della mia vita, per carità, ma siccome questo passa il convento cerco di fare le cose come Dio comanda. E ne pago le conseguenze.
Sono un redattore semplice, semplicissimo, di “Calabria Ora”. Sapete, nella mia regione abbiamo un bel po’ di record. Uno di questi è il numero di quotidiani che aprono e chiudono manco fossero scatolette di tonno. Giusto il tempo di fare la campagna elettorale al politico di turno, raccattare un po’ di finanziamenti pubblici e mandare a spasso quei disgraziati dei giornalisti pronti ad accettare la prossima offerta. Sempre più bassa e più scandalosa, ma per campare in Calabria non si può dire di no. Perché se lo dici esci fuori dal giro, e se salti un turno puoi stare certo che nessuno ti verrà mai più a cercare.
Io, poi, a questo mestiere non ci pensavo lontanamente. Volevo fare il biologo, studiare la natura, magari trasferirmi in Canada dove vivono alcuni parenti e la regione dei Laghi mi spezza il cuore per quanto è bella. Poi, però, mio padre è andato a trovare un suo lontano cugino che aveva una televisione privata: “Che dici, lo fai provare ad Alessandro? é serio, intelligente e ha pure una bella presenza”. Insomma, come fu e come non fu, mi trovai a fare il mezzobusto e si sa che quando vai in tv diventi famoso. Specialmente in una città piccola come Cosenza. Poi quel cugino di mio padre si aprì un giornale e mi fece collaborare. All’epoca mi spedì nei paesi della provincia, quelle due-trecentomila lire di stipendio non bastavano manco a coprire i costi della benzina, ma vuoi mettere la soddisfazione dei pezzi firmati “dal nostro corrispondente”? E vabbè, poi il giornale chiuse — tutti i giornali in Calabria chiudono, prima o poi — ma il nostro parente ne aprì un altro, assieme a un paio di soci. Nel frattempo aveva pure rimediato una condanna per usura. Dettagli, diciamo.
Questo nuovo giornale doveva essere rivoluzionario. Una specie de “L’Ora” di Palermo, quella meravigliosa palestra dalla quale sono usciti alcuni dei migliori giornalisti italiani. Il quotidiano di Mauro De Mauro, per intenderci, la voce senza paura che avrebbe dovuto raccontare la Calabria che nessuno racconta, quella degli intrallazzi e della politica collusa, della ‘ndrangheta e della massoneria deviata, degli imprenditori legati mani e piedi ai boss. E infatti Paride, il direttore, volle chiamare la sua creatura “Calabria Ora”, un omaggio nemmeno troppo velato all’esperienza palermitana.
L’inizio fu esaltante. Cronisti giovani e senza paura, una squadra pronta a spulciare carte e documenti pur di inchiodare il potente di turno. Basta con il giornalismo narcotizzato, niente comunicati, solo storie nostre. Le prime minacce che non ci fermano, anzi ci fanno capire che siamo sulla strada giusta, le copie vendute che aumentano, l’editore che lascia fare e non mette becco sulle pagine. Troppo bello. Non poteva durare.
“Non facciamo le verginelle, è noto che il potente di turno cerca di frenare le notizie scomode. Avviene dappertutto, dal “Corriere della Sera” alla Rai fino ai piccoli quotidiani di provincia. Sta alla struttura del giornale, al direttore, fare scudo per evitare che si occulti una verità”, raccontò Paride in una intervista qualche mese dopo che diede le dimissioni. Più che altro lo misero alla porta e lui non poté far altro che abbandonare la sua creatura. Non che lo giustifichi, per carità, da lui mi sarei aspettato una reazione più forte, magari un tentativo di resistenza. Ma evidentemente aveva già la testa da un’altra parte. é andata così.
(1.continua)

Da mafie

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati con (*).

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.