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La casta siamo noi

 

Così, la casta siamo noi. E’ casta Martina, partita Iva, costretta a vendere servizi chiusi a una Tv nazionale a 15 euro lordi, spese escluse. E’ brava, molto brava: riesce a fare il suo lavoro in modo impeccabile, tira su due figli e certi mesi riesce ad arrivare a mille euro di “stipendio”.
E’ casta Nicola, che ha superato i 40 da un pezzo ed è “collaboratore coordinato e continuativo”, co.co.co., che informa dalle colonne dell’edizione locale di un “giornalone” circa 300mila italiani su ciò che di brutto e di bello accade attorno a casa loro e non arriva a 800 euro al mese e che Tfr, ferie, 13esima o 14esima non sa cosa siano (per lui).

Siamo casta noi precari, quindi, freelance e collaboratori che abbiamo protestato in una via Molise chiusa al traffico dai reparti della mobile lunedì, sotto le finestre di un ministero che, lo dice la parola stessa, si chiamerebbe dello “sviluppo economico” e non del “precariato per decreto” o dei “licenziamenti per legge” (ogni riferimento ai tagli al fondo per il pluralismo e l’editoria è assolutamente voluto, ndc).

Secondo lei, sottosegretario Crimi, la casta sono queste giornaliste e questi giornalisti costretti da una condizione normativa di cui lei è direttamente responsabile insieme al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. (E prima di voi lo erano Luca Lotti e Andrea Orlando).

E’ casta chi scrive, che da precario pagato poco è stato ‘tagliato’ perché insieme ai colleghi giornalisti emiliani ho imbastito una vertenza per i diritti dei precari – e quelli dei cittadini di essere informati da giornalisti indipendenti e liberi, soprattutto dal bisogno materiale.

Sarebbe interessante confrontare le buste paga dei giornalisti autonomi, freelance, precari che erano sotto le finestre del ministero con le vostre. Come le ha consigliato la Commissione lavoro autonomo nazionale della Fnsi, prima di dare giudizi sferzanti e infondati su chi vive sulla propria pelle un mercato del lavoro fondato sullo sfruttamento dei giornalisti non dipendenti, ci dia prova di occuparsi di tre questioni che già oggi sono nella sua piena disponibilità.

1)   Se vuole davvero essere utile alla causa dei precari dell’informazione e fare un ottimo servizio al Paese, esorti il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, all’approvazione delle tabelle di liquidazione giudiziale dei compensi per giornalisti, unica categoria professionale, infatti, a non avere questo ‘privilegio’ (Legge 27/2012).

2)   Esorti, se può, il governo e i gruppi parlamentari di maggioranza a sostenere l’abolizione dei co.co.co., forma di sfruttamento legalizzata con cui facciamo i conti noi giornalisti e di cui faremmo a meno (come i medici pagati 10 euro l’ora per le guardie mediche, ma questa, come direbbe Lucarelli, è un’altra storia).

3)   Infine, sottosegretario Crimi, convochi la commissione per l’equo compenso (Legge 233/2012). La legge per un Equo Compenso giornalistico c’è, va solo attuata.

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