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Salvini tenta di emulare la Dc

 

Un occhio al tumultuoso presente populista e uno alla compassata storia della Dc. Il rosario di Salvini, in ogni caso, lascerà il segno come l’ampolla d’acqua del Po di Bossi. Il rosario e il Vangelo portano bene al segretario della Lega. Il 24 febbraio concluse la campagna elettorale per le politiche del 4 marzo con un comizio in piazza Duomo a Milano innalzando i simboli dei valori cristiani. Matteo Salvini mostrò un rosario «regalato da un don, fatto da una donna che combatte in strada», quindi giurò fedeltà alla Costituzione italiana e agli «insegnamenti contenuti in questo sacro Vangelo». Fece una promessa calibrata sugli ammaestramenti di Gesù Cristo: «Gli ultimi diventeranno i primi. Vuol dire passare dalle parole ai fatti».

La svolta cattolica contribuì al trionfo elettorale: la Lega ottenne dalle urne il 17% dei voti, quadruplicò i consensi rispetto al 4% del 2013. Salvini non mollò il rosario. Lo portò con sé quando il primo giugno andò al Quirinale per giurare da vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno. Lo mostrò di nuovo il primo luglio ai militanti leghisti riuniti per il tradizionale raduno di Pontida: il Carroccio farà «la battaglia di quaggiù e col sostegno di chi è lassù».

Poi sono piovuti nuovi clamorosi successi elettorali nelle amministrative (come nel voto nel Trentino Alto Adige), confermati nei sondaggi di questi ultimi mesi. L’ultima rivelazione Ipsos pubblicata dal ‘Corriere della Sera’ è da brivido per il ministro dell’Interno: assegna alla Lega addirittura il 36% dei voti mentre crolla dal 32% al 27% il M5S, la seconda colonna del governo giallo-verde. Il Pd all’opposizione, invece, sprofonda ancora dal 18% al 16% come del resto Forza Italia, sempre all’opposizione, quasi si dimezza dal 14% al 7,9%.

Hanno pagato le battaglie populiste, ardite e identitarie di Salvini, contro le élite italiane ed europee: per la sicurezza pubblica contro assassini e stupratori, per lo smantellamento della legge Fornero sulle pensioni, per il taglio delle imposte con la flat tax. Soprattutto ha pagato la lotta contro gli immigrati illegali in gran parte di fede islamica. Il motto “prima gli italiani” (e, sottinteso, i cristiani), usati in termini di identità etnica e religiosa, ha pagato contro le paure del ceto medio sconvolto dalla globalizzazione sul piano economico e sociale.

Una netta svolta rispetto a Umberto Bossi. Salvini ha capovolto l’impostazione del fondatore del Carroccio: Bossi se la prendeva con “i vescovoni” e praticava il culto pagano e celtico del dio Po, lui esalta il rosario e il Vangelo; il primo voleva il Carroccio in difesa del ricco Nord con l’obiettivo dell’indipendenza della cosiddetta Padania, il secondo ha costruito una Lega nazionale che raccoglie voti in tutta Italia. Bossi vinse con il populismo di una Lega localistica anti tasse e anti fascista, radicata nel settentrione mentre il successore sfonda con una Lega populista, sovranista di destra, a volte dai toni estremisti e verbalmente violenti. La svolta è stata codificata anche nel nuovo statuto e simbolo del partito: “Lega per Salvini premier”. È scomparso ogni riferimento al Nord e alla secessione dall’Italia, è forte l’impronta leaderistica.

Una valanga di voti è arrivata anche dagli elettori cattolici. Certo il 36% dei consensi, anche se virtuale perché frutto di sondaggi, è una cifra da capogiro. Solo Silvio Berlusconi nella Seconda Repubblica, unificando il centro-destra con il Pdl, riuscì in un simile traguardo (nel 2008 ottenne il 38% dei voti), tuttavia il successo durò poco. La Dc, invece, per tutta la Prima Repubblica dominò attorno alla vetta del 40% dei voti. La Lega salviniana come la Democrazia Cristiana è un grande partito interclassista ed è riuscita ad assorbire il centro-destra come fece la Balena Bianca; ma le analogie sono ben poche.

Lo Scudocrociato era una forza d’ispirazione cristiana, ma profondamente laica sul piano politico: il rosario e il vangelo non venivano sbandierati nei comizi e la religione era un fatto privato dei dirigenti e dei militanti.

Salvini, però, è un pragmatico stile Dc. Per mesi ha proclamato: «Tiriamo diritto» e «la manovra non si cambia». Al contrario delle preoccupazioni sollevate anche da leghisti, come il sottosegretario Giancarlo Giorgetti, diceva di non temere il crollo dei titoli del debito pubblico italiano: «Lo spread ce lo mangiamo a colazione».

La svolta, invece, è arrivata a sorpresa ieri, 25 novembre. La marcia indietro ha aperto la porta alle modifiche chieste dalla commissione europea che ha bocciato la manovra economica per eccessivo deficit pubblico e minaccia sanzioni. Salvini ha annunciato all’agenzia Adn Kronos la possibilità di ridurre il deficit fissato al 2,4% del Pil nel 2019 e considerato fino a ieri intoccabile: «Può essere il 2,2 o il 2,6… non è un problema di decimali, ma di serietà e concretezza».

Il segretario della Lega, davanti al pericolo di una esplosione dello spread a 400-500 punti con danni incalcolabili per i cittadini e le imprese, ha messo da parte i toni bellicosi e ha imboccato la strada del realismo per arrivare a una mediazione con Bruxelles. Così la parola d’ordine del “governo del cambiamento” sulla manovra è diventata “rimodulazione”.

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