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Nella terra di nessuno. “Daughterland”, un cortometraggio di Andrea Di Paola (Italia, 2018)

 

Il signor P. e sua figlia Lara, un rapporto non facile. E questo Di Paola ce lo fa intendere dalla prima inquadratura, che sarà, significativamente, anche l’ultima, con un disegno infantile ancora felice e innocente, che però cade per terra a simboleggiare qualcosa che non va più. Cosa non va? Certamente, il rapporto padre-figlia, ma ancora più fortemente Di Paola compone un quadro individuale, quello del padre, il signor P. (dunque, uno come tanti di noi…), che sta alla base di questo malessere solo dopo familiare, duale. Alla ricerca di un regalo per il compleanno della figlia, il signor P. si muove perplesso all’interno di una grande città tanto geometrica quanto priva di riferimenti umani utili a chi la abita. Il suo incedere è incerto, costretto, paradossalmente, in limiti fisici in cui la solitudine la fa da padrone, e la paura di non saperla reggere è ancora più forte.

Il contatto del signor P. con il mondo ci appare sotto forma di via crucis attraverso i negozi (gioiellerie, pasticceria, oggettistica) in cui egli prova a immaginare quale regalo possa essere gradito a Lara. Il suo non sapere scegliere, legato alla forte consapevolezza di un rapporto con la figlia oramai insanabile, diventa epifenomeno di una incomunicabilità oramai fisiologica, antecedente al rapporto filiale, legata ad un modus vivendi che ci sovrasta e governa. Di Paola ci racconta di distanze fisiche e comportamentali che diventano distanze esistenziali e interpersonali, non prova neanche ad accennare ai motivi di queste incomprensioni familiari. Stanno lì come logico prodotto della nostra contemporaneità (la “Daughterland” del titolo?) che non prevede più legami, ma solo tentativi di essi.

Il giovane regista ragusano sintetizza tutto questo in una sequenza a dir poco geniale. Quella in cui, oniricamente, il signor P. si avvicina ad una casa di bambola al cui interno si trova la figlia abbigliata da bambina ma adulta nei modi e nel dire. Egli può parlarle soltanto e vanamente da fuori, la loro distanza è insieme fisica e mentale. Alla fine del loro non dialogo, il signor P. raccoglierà il disegno infantile (quello dell’incipit) che la figlia aveva realizzato in sua assenza e gettato, arrabbiata, adesso fuori dalla casa. Egli sarà ancora una volta solo, come solo sarà quando, ritornati nella realtà, rimarrà fuori dalla casa della figlia nel momento in cui si deciderà a portarle il regalo tanto sofferto (alla fine, un cupcake).

Il film si chiuderà come si era aperto, con il signor P. seduto su una panchina davanti a un panorama fatto solo di agghiaccianti grattacieli che fanno da sfondo ad anonimi non luoghi. Il disegno caduto per terra chiuderà ellitticamente e metaforicamente una storia oramai universale, triste testimonianza di una globalizzazione dello sperdimento. Testimonianza di ciò è il cortometraggio stesso, che è stato realizzato da un giovane siciliano che ha studiato cinema con grande profitto alla Scuola civica Luchino Visconti di Milano, ma che avrebbe potuto essere, per assonanza estetica e contenutistica, un film taiwanese (Tsai Ming-liang) o svedese (RoyAndersson). Di sicuro, il film del talentuoso Andrea Di Paola ha vinto, meritatamente, il premio per la migliore regia al prestigioso Festival internazionale dei corti per studenti di cinema di Sofia ed è stato selezionato agli altrettanto rinomati omologhi festival di Pechino e Mosca.

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