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Il freddo dell’anima. ‘John Gabriel Borkman’, con Gabriele Lavia, alla Pergola di Firenze

 

“John Gabriel Borkman” si legge, proiettato in corsivo sul sipario; quando questo si apre veniamo trascinati in un abisso prospettico nero, con le linee della scenografia che distorcono la prospettiva facendo sembrare la scena di una lunghezza sconcertante che si conclude con un abisso buio sul fondale. La visione è claustrofobica, il soffitto è estremamente basso e rimanda alla profondità della disperazione dell’unico personaggio presente in scena, Gunhild, la moglie di Borkman, portata in scena da Laura Marinoni. Il soffitto inizia alzarsi rivelando l’ampiezza del vuoto della casa nella quale fa il suo ingresso Ella, sorella gemella di Gunhild, interpretata da Federica Di Martino.

Le grandi distanze, gli spazi vuoti sono simbolici riferimenti alla distanza fra le sorelle, che da anni non si parlavano. Una distanza molto marcata anche a livello caratteriale: Ella è fredda, veste abiti eleganti e parla rapidamente con un tono secco e deciso; di contro Gunhild è acida, trasandata nel vestire e ha la parlata di chi ha trovato nell’alcol il compagno di un’esistenza altrimenti solitaria. Ella è proprietaria della casa in cui Gunhild e il figlio Erhart (Francesco Sferrazza Papa) vivono, dopo che John Gabriel Borkman, ex direttore di banca, si è reso reo di un crimine finanziaro e per questo è stato incarcerato. Fra le due sorelle non corre buon sangue: in gioventù si sono contese l’amore di Borkman e ora l’oggetto del contendere è divenuto il figlio Erhart, di cui entrambe reclamano la potestà; infatti Ella si è occupata del piccolo Erhart quando la famiglia era stata travolta dallo scandalo e adesso, poiché non le manca più molto da vivere a causa di una malattia allo stadio terminale, vorrebbe passare gli ultimi mesi in compagnia dell’unica persona che riesce a amare. Di contro la madre Gunhild è certa che il figlio impiegherà la sua vita per “vendicarsi” ristabilendo il buon nome della famiglia e riportandola ai vecchi fasti. Erhart in realtà, per quanto sembri voler bene a entrambe le donne, si dimostra più interessato alle attenzioni di Fanny Wilton (Giorgia Salari), uno spirito libero, e non riesce a sopportare i passi dell’uomo al piano di sopra e la sua musica – ovvero la Danse Macabre –; quest’uomo è nientemeno che John Gabriel Borkaman, stabilitosi là dopo la scarcerazione.

Lo spaccato che vediamo quando il sipario si apre sul secondo atto è scenograficamente antitetico rispetto al precedente: se prima avevamo delle scenografie nere e delle sedie e un letto bianchi a costellare la stanza altrimenti spoglia, stavolta le pareti sono di un bianco sporco, mentre le sedie, il tavolo e il pianoforte sono neri. Una ragazza, Frida ovvero Roxana Doran, sta suonando il pianoforte per Borkman – interpretato da un impeccabile Gabriele Lavia -, un uomo logoro che indossa abiti logori, quasi folle nella sua parlantina votata più a esprimere il suo flusso di pensiero che a comunicare con gli altri. La giovane presto abbandona la stanza lasciando il posto al padre Vilhelm (Roberto Alinghieri, che ci regala una interpretazione veramente formidabile). Vilhelm è un poeta rimasto amico di Borkman nonostante quest’ultimo abbia mandato in malora anche i suoi risparmi. Dal dialogo fra i due emerge la comicità pungente di Borkman, oltre che al suo credo: il profitto prima di tutto; un profitto non tanto votato all’avidità quanto alla convinzione che generare capitali arricchisca e renda felici tutti. Borkman senza mezzi termini si definisce al di sopra degli uomini comuni, un oltreuomo (da non confondere col gretto superuomo dannunziano), disposto a tutto pur di estrarre l’oro che si trova sotto terra e metterlo a disposizione dell’umanità, in attesa che gli altri si accorgano di quanto lui fosse necessario alla banca e gli restituiscano il ruolo dirigenziale. Vilhelm cerca di far capire all’amico che l’attesa è vana ma Borkman, infuriato per l’illusione infranta, lo caccia deridendo le sue doti poetiche. Borkman riceve quindi la visita di Ella, e scopriamo la terribile scelta di Borkman: sebbene lui amasse Ella ha preferito sposare la sorella per inseguire il successo, un sacrificio votato al dio del capitale, un amore rinnegato come lo rinnegò Alberich il nano per impossessarsi dell’oro del Reno nella tetralogia “L’anello del Nibelungo” di Wagner.

Nel terzo atto ci troviamo al limitare del malstrøm, gli eventi e i personaggi iniziano a vorticare a velocità sempre crescente nell’intreccio delle loro vite finora distanti fra loro. Borkman, Gunhild ed Ella litigano per il “possesso” del figlio Erhart, il quale però sceglie di fuggire con Fanny e Frida. Da qui la tormenta esplode in tutto il suo fragore, anche a livello scenico. Cambiamenti di scena a vista (mentre finora erano avvenuti solo dietro le coltri del sipario), esplosioni di neve che inondano la scena, rottura violenta della quarta parete, con gli attori che portano la tempesta e il dramma in mezzo alla platea. Ad uscirne meglio probabilmente è il poeta Vilhelm, che dimostra autentica felicità altruistica per il destino della figlia, nonostante questa viaggiasse sulla macchina che l’ha quasi investito e non si sia nemmeno fermata a soccorrerlo. Il destino di Borkman è dissolversi come la neve stremato dal freddo, freddo come l’oro e il capitale, mentre quello delle due sorelle è stringersi l’un l’altra trovando la salvezza nel calore generato dall’amore reciproco che riemerge dalle asperità.

Marco Sciaccaluga decide di mostrarci un Borkman moderno e grottesco, come la canzone di Tom Waits “God’s away on business”. Un dramma in cui tutti sono egoisti, autoreferenziali e pronti a battersi per le proprie brame. Borkman si ritiene un illuminato e appartiene a una classe dirigente pronta sempre a giustificarsi e a proclamare le proprie azioni giuste perchè tendenti al presunto bene comune (come se appropriarsi di capitali non significasse necessariamente sottrarli a qualcun altro). Gunhild è proiettata sul figlio, vede attraverso di lui la realizzazione personale, come molti genitori che pretendono anche inconsciamente, con imposizioni di vario genere, di stabilire a priori il futuro del figlio, per glorificarsi e risplendere di luce riflessa. Ella vuole qualcosa che non le appartiene: un figlio che non ha potuto avere perchè, anziché reagire al dolore, si è lasciata divorare cancellando ogni sentimento dalla propria vita; essa non vive della realizzazione del ragazzo come la sorella, bensì idealizza il sentimento di affetto per il nipote come unica gioia al mondo. Questo egoismo si riflette addirittura sugli spettatori: Sciaccaluga fa pronunciare diverse battute ad attori che danno le spalle alla platea, sacrificando la comprensibilità di queste battute alla resa scenica della rappresentazione. Una rappresentazione che partendo da uno stile classico e impostato finisce come descritto sopra in un tripudio di modernismi come un cambio di scena a vista e ripetute rotture “fisiche” della quarta parete, con gli attori in mezzo alla platea.

Lo spettacolo rende merito all’affermazione di Munch sull’opera, ovvero “il più potente paesaggio invernale dell’arte scandinava”. Un freddo generato dall’assenza di relazioni, dal puro individualismo e dalla brama di produrre capitale fine a se stesso. Un freddo che invita a scaldarsi con l’affetto per le altre persone, con la poesia come il buon Vilhelm, con la musica. Se si continua a preferire l’oro al resto, come andrà a finire potremo chiederlo a re Mida.

JOHN GABRIEL BORKMAN

di Henrik Ibsen

versione italiana Danilo Macrì

Gabriele Lavia
Laura Marinoni
Federica Di Martino

e con Roberto Alinghieri, Giorgia Salari, Francesco Sferrazza Papa, Roxana Doran

scene e costumi Guido Fiorato

musiche Andrea Nicolini

luci Marco D’Andrea

regia Marco Sciaccaluga

produzione Teatro Nazionale di Genova, Teatro Stabile di Napoli, Fondazione Teatro della Toscana

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