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“Dalla Costituzione, dalla 180: il diritto alla salute”

 

È apparso evidente a tutti fin dalla lettura del titolo stampato sull’invito – “Dalla Costituzione, dalla 180: il diritto alla salute” – che il convegno che si è tenuto al Dipartimento di salute mentale di Udine, nella sede dell’ex ospedale psichiatrico di Sant’Osvaldo, non sarebbe stato una celebrazione del quarantesimo anniversario della promulgazione della Legge Basaglia, ma un momento di valutazione critica sullo stato della sua applicazione e dei pericoli che ancora può correre. E, infatti, davanti a una sala stipata da ben più di un centinaio di persone, è stato proprio questo il senso della mattinata esplicitato nell’introduzione del direttore del Dipartimento, Renzo Bonn.

All’introduzione sono seguiti gli interventi di Franco Corleone, ex sottosegretario alla Giustizia che ha parlato su “Il passaggio dagli Opg alle Rems: la rivoluzione attende la riforma” soffermandosi soprattutto sulle difficoltà per l’abolizione degli ospedali psichiatrici giudiziari, completata soltanto quattro anni fa, e di Daniele Piccione, consulente legale del Senato, che ha approfondito il tema “Art. 32 della Costituzione, legge 180/78: punti di forza e criticità”, puntando l’attenzione sui tentativi di revisione di una legge che ha indubbiamente fatto del bene a una parte della società.

Poi, prima di una commovente narrazione collettiva di operatori e pazienti coordinata da Barbara Galmo e intitolata “Voci libere: narrazioni e testimonianze a confronto su diritti e dignità”, l’attenzione si è concentrata sul tema “Lo stigma e la lotta allo stigma: il ruolo dei media”.

Al centro dell’intervento, il fatto che, come la società nel suo complesso, anche il giornalismo non ha in gran parte compreso la reale portata della rivoluzione basagliana a partire dal fatto che per Franco Basaglia la chiusura dei manicomi non era il fine, bensì il mezzo grazie al quale la società poteva cominciare a fare i conti non soltanto con la follia, ma anche con tutte le altre figure del disagio che la attraversano, come la miseria, la tossicodipendenza, l’alcolismo, l’ignoranza, l’emarginazione e anche la delinquenza, con la quale spesso il disagio convive. E che anche il giornalismo ha spesso visto quella del portar via i “non normali”, i disturbatori, come un’azione di pulizia più che di polizia, senza comprendere che la parola “normalità” ha con la “libertà” più o meno lo stesso rapporto che corre tra “legalità” e “giustizia”: cioè estremamente labile. Ce lo ha insegnato sanguinosamente la storia; ce lo ricorda drammaticamente la cronaca.

In quest’ottica non sono mancate delle brutte pagine professionali ed è stato in queste circostanze che più acutamente si è avvertita la latitanza di un Ordine professionale che, come tutti gli altri Ordini, ha subito una mutazione genetica che li ha trasformati da organi di garanzia verso l’esterno, com’erano nati, in una specie di compagnia di autoassicurazione e di difesa degli iscritti, senza riguardi per chi sta al di fuori dalla cittadella. E la riforma in via di attuazione non migliorerà di molto le cose se appunterà la propria attenzione soltanto sul titolo di studio a disposizione in entrata e non sulla necessità di tenere desta la propria deontologia durante tutta la carriera lavorativa.

Ed è dal 2010 che i giornalisti hanno realizzato la “Carta di Trieste” che propone un codice etico e un protocollo deontologico per operatori dell’informazione che trattano notizie che toccano cittadini con disturbo mentale e questioni legate alla salute mentale in generale. Articolo 21 già da tempo ne ha chiesto l’introduzione nel “Testo unico dei doveri del giornalista”, ma finora non è corrisposto, se non marginalmente, un cambio di comportamento. Mentre bisognerebbe tener sempre presente che per noi giornalisti l’obbligo di una moralità, di una deontologia, esiste non perché la professione giornalistica nasca per educare, ma perché, se questa eticità manca, ne consegue, in maniera praticamente automatica, che finisce per diseducare. Lo si vede succedere ogni giorno.

L’intensa mattinata si è conclusa con una tavola rotonda, moderata dal giornalista Alfonso Di Leva, alla quale hanno partecipato, oltre a tutti i relatori, anche don Pierluigi Di Piazza, fondatore del Centro Balducci, una realtà di accoglienza e promozione culturale, e Michela Vogrig, presidente del Consorzio di cooperative sociali di Udine.

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