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“Dead women walking” alle Giornate degli Autori di Venezia

 

“Dead women walking” alle Giornate degli Autori di Venezia. Le donne nei bracci della morte negli Usa

“Dead women walking”, della regista israeliana Hagar Ben-Asher, che verrà presentato questa sera alle ore 22.30 col sostegno di Amnesty International alle Giornate degli Autori, sezione indipendente della Mostra del cinema di Venezia, è una profonda e originalissima immersione nei luoghi della pena di morte: i processi, le celle d’isolamento, le stanze dell’esecuzione.

Siamo di fronte a un film che parla dell’umanità (persa e fatta perdere ad altri nel passato, recuperata nel presente e da riperdere nel futuro). Un film che ci dice che anche a seguito di un’azione malvagia, la risposta dello stato non può essere né uguale né peggiore.

E invece, negli Usa e fortunatamente in pochi altri paesi, si uccide per dimostrare che non si deve uccidere, si risponde con un omicidio (così è scritto, nei documenti ufficiali accanto alla voce “causa della morte”) a un altro omicidio – ammesso che sia davvero avvenuto.

Le protagoniste di “Dead women walking” sono nove donne: il loro passato, gli anni di attesa nel braccio della morte, il loro destino segnato. Accanto a loro si muovono le guardie carcerarie (a volte disinteressate, a volte umane, a volte assurde come quando si preoccupano dell’investimento di una mucca mentre stanno trasferendo una condannata a morte verso il luogo dell’esecuzione), i testimoni, i manifestanti pro e contro, i parenti, una suora consolatrice.

Poche donne, o almeno “relativamente” poche donne, vengono messe a morte negli Stati Uniti: “solo” 16, da quando la pena di morte è stata reintrodotta nel paese, nel 1976. Nel 2017 sono state condannate a morte tre donne, su un totale di 41 condanne a morte emesse durante l’anno, ma nessuna delle sentenze è stata eseguita.

Dal 1976, sono state emesse 178 condanne a morte nei confronti di donne, dalla giustizia di 26 stati e da quella federale. Cinque stati (California, Florida, Texas, North Carolina e Alabama) sono responsabili di più della metà di tali sentenze.

Secondo dati diffusi nell’aprile 2017 dall’Associazione nazionale per la promozione delle persone di colore (NAACP), in tutti gli Usa le donne in attesa dell’esecuzione sono 53. La loro età varia da 28 a 79 anni; il tempo di permanenza nel braccio della morte va da pochi mesi a più di 26 anni.

Le sentenze di condanna a morte e le esecuzioni di donne sono relativamente rare in confronto a quelle degli uomini. Le donne hanno maggiore possibilità di sfuggire al sistema della pena di morte, come dimostrano le statistiche relative alle varie fasi procedurali. Le donne costituiscono infatti:

circa il 10% delle persone arrestate per omicidio;
solo il 2.1% delle persone condannate a morte in primo grado;
solo l’1.8% delle persone presenti nel braccio della morte;
solo lo 0.9% delle persone messe a morte dal 1976.
Le esecuzioni di donne negli Stati Uniti potranno dunque anche essere rare, ma le pecche nei loro casi giudiziari sono fin troppo comuni.

Tre delle donne messe a morte – Wanda Jean Allen, Aileen Wuornos e Teresa Lewis – soffrivano di gravi forme di disabilità mentale. Teresa Lewis, nonostante il suo basso quoziente intellettivo e i suoi disturbi mentali, è stata messa a morte perché considerata mandante di un omicidio.

Marlyn Plantz è stata messa a morte per aver cospirato in un omicidio commesso da altri, nonostante alle perizie scientifiche del suo caso avesse collaborato la famigerata chimica forense Joyce Gilchrist, più volte accusata di falsificazione di prove di laboratorio.

Christina Riggs e Lynda Lyon Block hanno di fatto contribuito alla propria esecuzione, Riggs rifiutando di permettere ai suoi avvocati di costruire una difesa, Block difendendosi da sola e rifiutandosi di fare appello per ragioni collegate alle sue convinzioni politiche.

I casi di Velma Barfield e Karla Faye Tucker hanno ispirato le richieste di clemenza di importanti figure religiose come papa Giovanni Paolo II, Billy Graham e Pat Robertson.

Frances Newton è morta professandosi innocente. Nuovi test che avrebbero potuto sostenere la sua affermazione non sono mai stati realizzati perché lo stato aveva mal gestito e contaminato le prove.

I vizi di questi casi sono gli stessi che vediamo regolarmente nei casi di uomini messi a morte. Le esecuzioni normalmente hanno luogo a prescindere da un pentimento sincero del detenuto o dalla sua disabilità mentale, dai dubbi sulla correttezza del procedimento legale o dal fatto che il detenuto “chieda” di essere messo a morte, e nonostante sospetti irrisolti di innocenza del condannato.

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