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Storia, memoria e social network: quando i media aiutano a superare crisi e traumi

 

Le storie delle persone raccontate sui giornali, alla radio e in televisione hanno la capacità dirompente di stimolare un senso di appartenenza e di coinvolgimento del lettore, del telespettatore o di chi ascolta un programma radiofonico.

Nel 1920 uno dei maestri del giornalismo internazionale Walter Lippmann scriveva che “la crisi della democrazia occidentale e’ una crisi del giornalismo” e che la nascita dell’opinione pubblica e del giornale come mezzo di informazione fu dovuta in gran parte all’emergere di problemi comuni nuovi e più articolati come per esempio il trasporto dell’acqua e le questioni legate al progresso tecnologico che incidevano sulla società del tempo.

Il saggio di Thomas Paine dal titolo “Common Sense” spiegava il senso dell’interesse comune e della solidarietà. Un dibattito, quello sul rapporto tra media e senso comune che è partito da lontano, negli anni Venti, e poi si e’ sviluppato dopo gli anni ’50. Lippmann concentrò il suo discorso sul ruolo centrale dei giornalisti. Gli fece eco John Dewey, il quale, oltre all’importanza del giornalismo come elemento caratterizzante di una democrazia, sottolineava che “imparare ad essere umani significava sviluppare, attraverso il dare e il ricevere della comunicazione, il vero senso della propria appartenenza a una comunità”.

In tutto questo giornalisti e mezzi di informazione potevano svolgere un ruolo cruciale risvegliando coscienza, memorie e ricordi, ma soprattutto generando solidarietà.

La letteratura al riguardo è sterminata. Basta pensare a tutti gli autori, giornalisti e scrittori, del Novecento che attraverso le loro storie hanno raccontato esperienze di riscatto e di speranza. Lo stesso vale per il cinema e la musica.
Lippmann e Deway rimarcavano entrambi il ruolo politico ed etico dei mezzi di informazione ed entrambi si batterono per un giornalismo non fazioso e rispettoso della verità e del bene comune.

La Storia con la “S” maiuscola e le piccole e grandi storie umane che in essa si consumano rappresentano quella capacità evocativa del giornalismo di riportare all’attualità fatti e situazioni da cui si può trarre insegnamento.

Allora la storia del maresciallo Ciarpaglini che alla fine della Grande Guerra riporta a casa personalmente e con vari mezzi più di cento grandi invalidi può essere letta come quella del buon samaritano del Novecento, così come quella di don Gioacchino Rey, un prete della Resistenza nella “Roma Città Aperta” del ’43 può essere riletta come esempio di eroe del quotidiano al servizio del Vangelo e della carità. La vita di padre Tchang Chang, francescano di origini cinesi invece e’ di sicuro una storia di accoglienza e di solidarietà. In un campo di prigionia in Abruzzo accudì 116 cinesi che il regime fascista aveva deportato in un campo di lavoro. E che dire delle mille storie che si sono consumate ai confini italiani con decine di uomini della Guardia di Finanza che a rischio della loro vita aiutarono gli ebrei? Infine tra le pagine della Guerra Fredda è possibile rileggere storie utili a ricostruire il tessuto sociale di Paesi e nazioni. Una per tutte la vita di Giovanni Paolo II.

In anni più recenti, proprio per avvalorare la tesi della capacità “memorabile” della storia, in Italia, ad esempio, restano nella mente e nei cuori delle persone tragedie come quelle di Alfredino a Vermicino nel 1981 oppure i racconti dei terremotati del Belice nel 1968 o il dramma dei minatori di Marcinelle, in Belgio, nel 1956. La lista dei fatti potrebbe continuare, ma il denominatore comune resta la trepidazione con cui gli italiani seguirono gli eventi attraverso i media. La narrazione che via via andava sviluppandosi, a partire dalle testimonianze di soccorritori, amici e parenti, era fondamentale. Al di là del becero sensazionalismo e della deplorevole smania di scoop che purtroppo aleggia attorno ad accadimenti del genere (fattore che Lippmann e Dewey deprecavano, ndr), tra il pubblico e il fatto si crea empatia man mano che la storia prosegue.

Così nasce quel “sentire comune“, “quell’essere parte” ovvero quel partecipare emotivamente a ciò che accade, specialmente se il racconto si addentra nelle storie umane. Quel “poteva succedere anche a me” è la riflessione che ciascuno di noi fa a margine di notizie come quelle descritte sopra. I media nella loro attività di racconto e di ricostruzione dei fatti possono essere costruttori di speranza.

Nella storia del giornalismo non mancano stili e linguaggi narrativi che creano empatia tra racconto e lettore-telespettatore. Basta pensare alle copertine della Domenica del Corriere oppure alla rubrica I fatti del giorno di Famiglia Cristiana o ancora alle storie che narrava Enzo Tortora nell’indimenticabile programma “Portobello” della Rai, in particolare nella rubrica Dove sei?, nella quale le persone invitate in studio ricercavano amici, parenti o conoscenti che avevano perso di vista da molto tempo (Mark Zuckerberg non era neanche nato, ndr).

Tutte storie che avevano un grande seguito di pubblico perché restavano impresse nella memoria delle persone. Con l’arrivo del web 2.0 e 3.0 le cose non sono cambiate. Anzi, nell’era dei social network di nuova generazione una storia o un racconto vengono amplificati e con essi anche il grado di coinvolgimento e di empatia. Una storia vera (da ribadire vera, dunque aderente alla verità), ben scritta e declinata nei linguaggi propri dei social network, ha un potenziale di resilienza capace di sopravvivere nel tempo indipendentemente dal mezzo che la racconta. Per resilienza si intende la capacità di una persona, di una comunità o di un sistema di superare traumi, scossoni e crisi tali da superare le difficoltà.

La resilienza di una storia risiede nella ha capacitù di dare slancio nel tempo al contenuto di qualità narrato sia nei media tradizionali che attraverso i nuovi media. Questa capacità resiliente può essere un deterrente per far fronte anche alle cosiddette “fake news”.
Per fare questo il giornalista deve andare in profondità, alle fonti primarie e in quelle secondarie, utili alla costruzione della storia, nel rispetto dell’etica e della deontologia.
La resilienza di una storia può essere declinata cosi: attraverso il racconto del vissuto umano gli altri possono fare esperienza di questo vissuto e trarre insegnamento per superare le difficoltà, le crisi economiche e sociali, le tragedie, i drammi.

Il racconto di una storia può essere dunque generatrice di positività. Essa può condurre alla ricostruzione non solo materiale, ma anche sociale e civile, di un’intera comunità.

* nel riquadro la copertina della Domenica del Corriere dopo il terremoto di Messina degli inizi del Novecento.

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