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La dolce vita a Castel Sismondo di Rimini

 

Il 27 agosto del 1959 Fellini batteva l’ultimo ciak del suo capolavoro sulla spiaggia di Passoscuro, a nord di Fregene lungo la costa tirrenica; era la scena del mostro marino, un gigantesco pesce luna o una manta, spiaggiata e imputridita sul bagnasciuga, con l’occhio ancora sbarrato in una fissità inquietante: intorno ad essa la comitiva di debosciati che, alba, riemergeva da una notte di orge e trasgressioni consumate in una villa del litorale romano.

Sono trascorsi da allora 59 anni e tanta acqua è passata sotto in ponti. In una mostra che il Senato della Repubblica dedicò nel 2010 alla Dolce Vita nella prestigiosa biblioteca di  Piazza della Minerva, il film veniva rievocato attraverso 62 testate italiane e 11 straniere che, in 17 grandi pannelli, raccontavano “Il mondo ai tempi della Dolce Vita”.  Intorno alla celebrazione di quel film leggendario, che segna simbolicamente il passaggio dell’Italia da un’epoca all’altra, dalla vetero società rurale alla modernità industriale, dalla sobrietà al consumismo, dall’oscurantismo alla conquista di una nuova libertà individuale, riaffiorava il ritratto del nostro paese.

Il 1960 è l’anno del miracolo economico; a Roma si disputano le Olimpiadi. Nell’universo della musica leggera irrompono gli ‘urlatori’, e a Sanremo Mina entra in finale con la canzone E’ vero; su La Domenica del Corriere Walter Molino le dedica  la copertina accanto alla divina Nilla Pizzi ormai fatalmente superata. Nelle case entrano televisori e frigoriferi  Telefunken.  Il mondo dell’automobile compie un salto di qualità; dall’utilitaria si passa alle vetture più importanti, vengono immesse sul mercato la Lancia Flavia, pezzo di listino 1.800.000 lire, la Giulietta Sprint Speciale, la Fiat Abarth 1600, e anche la Innocenti A 40, tipica familiare da 880.000 lire.

Il 25 marzo sale al governo Fernando Tambroni con una coalizione di centro destra che include il Movimento Sociale; dopo il tragico luglio con i morti in piazza a Milano si aprirà la svolta del centro sinistra con il gabinetto Fanfani.

Il cattolico e democratico John F. Kennedy è eletto a novembre presidente degli Stati Uniti d’America battendo per un soffio il repubblicano Richard Nixon.

I lutti si susseguono implacabili. Stroncato da un terribile male in Africa, esce di scena Fausto Coppi il Campionissimo. In Francia lo scrittore Premio Nobel Albert Camus muore in uno scontro automobilistico. E in Italia la stessa sorte tocca a Fred Buscaglione falciato da un incidente d’auto a soli 38 anni. Scompare anche Mario Riva, amatissimo presentatore televisivo, per una banale caduta dal palco dell’Arena di Verona. In campo letterario prendono congedo Sibilla Aleramo e Massimo Bontempelli.

In compenso il cinema alimenta ogni giorno la cronaca rosa; a Cinecittà accorrono le troupe e i divi americani e Roma viene ribattezzata la Hollywood sul Tevere. Via Veneto è la strada più mondana del pianeta, a dispetto del poeta Vincenzo Cardarelli che la marchia senza pietà: “Questa strada antipatica, maledetta e senza passato.”

Le star d’oltreoceano fanno a gara per venire a girare in Italia e  Domenico Meccoli in un’inchiesta su Epoca rivela che “non pagano tasse e mangiano spaghetti.” La quotazione di Gregory Peck per un film è di 250.000 dollari, più pagato di Humphrey Bogart e Ava Gardner; Shelley Winters ne percepisce appena 60.000.

Con il film di Fellini diviene universalmente popolare la figura del paparazzo, non più scattino e non ancora fotoreporter, che è il vero cronista dei tempi riempiendo con le sue istantanee le pagine dei rotocalchi. Impariamo a conoscerne i nomi divenuti poi celebri: Tazio Secchiaroli, Pierluigi Praturlon (che aveva ideato il bagno della Fontana di Trevi), Franco Pinna, Marcello Geppetti; e buon ultimo Rino Barillari che allora muoveva i primi passi (portava le pellicole ai fotografi per 150 lire al giorno) ed è l’unico ancora in vita di quella schiera gloriosa, con un ruolino di servizio da medaglia al valore: 150 macchine fotografiche in frantumi, 133 ricoveri al Pronto Soccorso, una coltellata, e persino qualche pallottola volante evitata per puro miracolo.

La dolce vita che vale ancora nel mondo come marchio di italianità e brand di successo nei più svariati settori commerciali, è diventata anche sinonimo di un mai tramontato maglioncino a collo alto. I miti sono duri a svanire e hanno il merito di regalarci “istantanee di storia”.

Dopo l’uscita di La dolce vita e lo scandalo che ne seguì, Federico Fellini dichiarò a Giorgio Bocca su L’Europeo: “Sono un peccatore anch’io”.

E qui entriamo direttamente nella lettera e nello spirito del film che dura quasi tre ore e che martedì sera 21 agosto, alla 20.30, verrà riproposto a Rimini su schermo grande – evento rarissimo, da non perdere per nessuna ragione! –  nel programma estivo Fulgor al castello: La dolce vita di Federico Fellini; una emozionante iniziativa di Elena Zanni e della sua equipe al servizio del Comune e della Cineteca. Maestra di cerimonia Francesca Fabbri Fellini, la nipote del Maestro.

Dentro le mura magniloquenti della Rocca Malatestiana recentemente restituita al suo splendore con un elegante intervento urbanistico, assistiamo idealmente all’apertura delle celebrazioni previste per il 2020, Centenario della nascita di Fellini, quando Castel Sismondo diventerà la sede principale del museo diffuso che Rimini dedica al suo figlio più celebre e all’autore cinematografico più rappresentativo del Novecento.

Martin Scorsese aveva esordito alla Festa di Roma affermando: “Se noi facciamo questo mestiere lo dobbiamo quasi tutti a Fellini”. E David Cronenberg di recente ha dichiarato: “Quando vedevo un  film di Fellini, uscendo dalla proiezione avevo la convinzione di poter parlare italiano”. Una intuizione poetica e geniale! La lingua dell’arte crea un fenomeno di “eulalia”, come gli apostoli inviati nel mondo a diffondere la buona novella che pur parlando l’aramaico erano compresi dalla molteplicità delle genti a cui si rivolgevano. L’arte è esattamente questo, è la lingua dello spirito, la lingua che supera ogni possibile barriera linguistica, geografica, culturale.

Varrà la pena ricordare che nel 1960 La dolce Vita conquistò la Palma d’Oro al Festival di Cannes, dove erano in lizza anche L’Avventura di Michelangelo Antonioni e La fontana della vergine di Ingmar Bergman. Il presidente della giuria, Georges Simenon, non volle sentire ragioni, e accanto a lui  Henry Miller che sedeva tra i giurati. Luis Buñuel al termine della proiezione ufficiale aveva esclamato “Federico è un genio!”, e lanciato la proposta che in ogni città del mondo venisse istituito immediatamente un “La dolce vita club”.

Ma all’inizio nessuno credeva nel film. Dino De Laurentiis, che pure aveva vinto due Oscar producendo La Strada e Le Notti di Cabiria ed era il primo proprietario del progetto, si era ritirato in buon ordine di fronte al preventivo di 600 milioni giudicati di impossibile recupero: “Il film non ha scopo preciso, non consente speranza, è insomma solamente e tristemente squallido”. Passò la mano, gesto di cui ebbe a pentirsi platealmente in futuro con pittoresca autocritica (il film resterà il maggior incasso mai raggiunto in Italia)  e finì tramite Peppino Amato nella scuderia di Angelo Rizzoli, il tycoon dei successivi capolavori del Maestro riminese. Il 15 marzo, giorno precedente il primo ciak, Fellini dichiara: “Mi sento come quello che si fa chiudere in una botte e buttar giù dalle cascate del Niagara”.  La realizzazione del film, lo “zatterone – come lo chiamava Mastroianni – che andava, andava e nessuno sapeva dove”,  navigò a vista per sei mesi in una sorta di inebriante, irripetibile stato di grazia, al punto che il regista arrivò a confessare: “Vorrei che questo film non finisse mai”.

Sono certo che ogni spettatore, giunto ai titoli di coda, replicherà  martedì sera dentro di sé questo stesso desiderio, perché la narrazione della Dolce Vita è talmente travolgente per la quantità di avvenimenti, di personaggi, di colpi di scena, di vitalità, di erotismo, per apparizioni, rivelazioni, per potenza espressiva, che davvero si vorrebbe non avesse mai fine.

Quando il film uscì spaccò in due l’Italia tra sostenitori e detrattori, tra progressisti e conservatori; ma la risposta spontanea del pubblico fu talmente impetuosa che le sale cinematografiche furono costrette a restare aperte mattina pomeriggio e notte. Il film, al di là dell’appetitoso aspetto sociologico, inaugura un linguaggio mai conosciuto in precedenza nell’arte dello schermo e restituisce l’autore con una sincerità inusitata, che troverà il suo apice nel successivo capolavoro Otto e Mezzo. Non appaia un paradosso, ma La dolce vita è il film di Fellini che parla più intensamente di Rimini, nella sequenza indimenticabile e struggente dell’incontro a Via Veneto di Marcello, il protagonista, con il padre. Per gustare a pieno la storia è essenziale non dimenticare  ciò che suggeriva Federico: “Si volle dare al titolo una connotazione moralistica, come se il film volesse bollare, smascherare, denunciare chissà cosa; io volevo semplicemente dire che la vita poteva essere dolce nonostante tutto”.

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