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La cultura del nemico genera solo odio razziale

 

“Un lupo vide un agnello vicino a un torrente che beveva, e gli venne voglia di mangiarselo con qualche bel pretesto. Standosene là a monte, cominciò quindi ad accusarlo di sporcare l’acqua, così che egli non poteva bere. L’agnello gli fece notare che, per bere, sfiorava appena l’acqua e che, d’altra parte, stando a valle non gli era possibile intorbidire la corrente a monte. Venutogli meno quel pretesto, il lupo allora gli disse: ma tu sei quello che l’anno scorso ha insultato mio padre ! E l’agnello a spiegargli che a quella data non era ancora nato. Bene, concluse il lupo, se tu sei così bravo a trovare delle scuse, io non posso mica rinunciare a mangiarti”. La favola di Esopo, che consiglio a ciascun genitore di leggere ai propri figli, mostra che contro chi ha deciso di fare giustiziare il suo presunto nemico non c’è giusta difesa che valga. Anche gli uomini di Stato, quando hanno in mente di ottenere un vantaggio usando la forza inventano pretesti, e non è possibile farli desistere con argomenti giusti e fondati. Personalmente ho sempre ritenuto che non ci divida la razza, ma la classe sociale. Il vero nemico non è l’immigrato ma il denaro.

Questa è la mia opinione. E dirò di più. Gli immigrati sono parte della nostra classe sociale: come noi cercano lavoro, di sopravvivere, di sostenere la propria famiglia. Le condizioni peggiori di partenza li rendono ancora più isolati, sfruttati, preda della criminalità e disponibili a salari più bassi e a condizioni lavorative di tipo schiavistico. E tutti i pregiudizi nei loro confronti sono funzionali a non farci comprendere le loro per condizioni di vita. Non mi sembra, come vogliono farci credere, che siano una pericolosa minaccia alla nostra cultura, alla nostra proprietà, alla nostra incolumità fisica. Sono tutti delinquenti quindi soggetti da rispedire a casa loro senza esitazione. Se sono delinquenti cosa c’entra la loro provenienza o la loro presunta razza? Non dimentichiamoci l’ipocrisia di fondo che regna sovrana sul fenomeno dell’immigrazione. Non sono i Paesi “ricchi” a generare le guerre nei loro territori? Perché gli stessi poi si lamentano dell’emergenza immigrazione?  Spesso si tende a collegare l’immigrato irregolare con l’aumento della criminalità facendolo diventare il nemico da abbattere. La teoria è smentita dai fatti. Denunce, detenzioni e segnalazioni a carico degli immigrati sono in calo, nonostante l’aumento della popolazione straniera. Una buona percentuale (circa il 20%) è in carcere per il “delitto” d’immigrazione clandestina, la stragrande maggioranza per reati minori, che presuppongono quindi pene brevi. Nonostante ciò, rispetto ai detenuti italiani, è molto più difficile che ottengano custodia cautelare o riduzione della pena. Non solo: la propensione a violare la legge è strettamente legata alla loro condizione di irregolarità. Un clandestino può vivere solo attraverso attività illecite, giacché la sua stessa presenza non è ammessa. Non è un caso che il 90% degli stranieri detenuti siano irregolari. E’ evidente che le attuali condizioni legislative ed economiche spingano gli immigrati verso uno stato d’illegalità. Il clandestino, l’immigrato, il rifugiato è tale per uno stato di necessità cui è ridotta parte della popolazione mondiale dallo stesso sistema capitalista.

Da questo stato di necessità non è possibile uscire fino a che l’intero sistema non sarà sostituito da una società dove l’economia non sia in mano al grande capitale e dove la produzione sia destinata a soddisfare i bisogni della popolazione mondiale. I capitali si muovono liberi per il mondo, mentre gli uomini devono sopportare la schiavitù delle frontiere. Chiedere leggi più restrittive, chiudere le frontiere, significa semplicemente rendere questo stato di necessità ancora più cocente. Significa spingere chi è in difficoltà ancora di più sul fondo, rendendolo disponibile o incapace di opporsi a soprusi e sfruttamento, o a rischiare la propria vita. La classe operaia dei paesi più avanzati, accettando le logiche securitarie e razziste, si condanna a subire la concorrenza dei disoccupati degli altri paesi: gli immigrati giungeranno comunque ma in condizioni di maggiore difficoltà e sfruttamento, saranno disponibili ad accettare condizioni lavorative sempre peggiori. Per questo, se accettiamo lo sfruttamento sui migranti, accettiamo lo sfruttamento su noi stessi. Se accettiamo e non combattiamo le logiche razziste, stiamo solo facendo male a noi stessi in una controproducente guerra tra poveri. Gli immigrati subiscono i tagli al sistema sociale, la mancanza di casa, lavoro, servizi, le vessazioni sul lavoro, la povertà, come e ancora più di noi. Hanno gli stessi problemi. Hanno gli stessi interessi. Hanno lo stesso nemico. Sarebbe bello non sentire più il famoso slogan “prima agli italiani”, ma sostituirlo con “diritti uguali per tutti”. Questo avverrà con tanta più facilità, quando i lavoratori, gli studenti, i disoccupati saranno dotati degli argomenti e dell’analisi corretta con cui vaccinare la nostra società dal virus letale del razzismo.

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