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Un minuto di silenzio. Un minuto di empatia

 

Migranti, clandestini, immigrati, rifugiati, profughi, richiedenti asilo. Tante parole diverse, confuse tra loro. Confusi i significati, confuse le storie di vita, confusi i Paesi di provenienza, le politiche migratorie, gli accordi bilaterali, le ragioni della fuga, confusi i buoni con i cattivi, i terroristi con le vittime, i soccorsi con i trafficanti, la cooperazione allo sviluppo con la polizia di frontiera.

Tutti, uomini, donne e bambini, in questo caso senza discriminazioni etniche e religiose, tutti uguali. Tutti buttati e mischiati in un unico calderone che ribolle di frasi fatte, luoghi comuni, insulti, liti, scontri, slogan, pro e contro, bianco o nero, tweet. Libia, Italia, Ue, Schengen, flussi, muri. Giusto il tempo di un’uscita pubblica, di una conversazione su Facebook, di una conferenza stampa, di una risposta su twitter. Giusto il tempo di una vita che muore, di un barcone che affonda, di un bacio di addio. Il tempo di un caffè con gli amici, di una birra.

Confusi i dati, le statistiche, le citazioni, le affermazioni, i riferimenti, le spiegazioni. Confusi per giorni, in piazza e sui giornali, nelle tv pubbliche e private, al supermercato e al bar. Tutto confuso, a tutti i livelli. Tutti ugualmente esperti. Tutti, o quasi, tristemente ignoranti. Giusto per qualche minuto, il tempo di esprimere un parere, giusto per qualche secondo. Che tanto c’è libertà di opinione, che tanto c’è quella cosa là, dai, il diritto di cronaca.

Convenzioni internazionali, protezione internazionale, protezione umanitaria, protezione sussidiaria, diniego, respinto, ricorso, rimpatrio. Ministri dell’Interno, Ministri degli Esteri, giorni, mesi, anni, 2008, 2011, 2014, 2017, Libia, mare, sangue, tortura, prigione, morti, morti, morti, sempre morti. E poi foto. Foto di vivi, foto di morti, foto di bambini, di adulti, di donne vittime di tratta, di eritrei che fuggono dal Regime. Nessun rispetto per le loro storie, nessun rispetto per i loro volti, tutti ugualmente visibili, tutti alla fine invisibili, tutti ugualmente a rischio, con la scusa dell’interesse pubblico. Informazione, informazioni, tante informazioni, troppe informazioni, confusione. Presenza, assenza, interesse, indifferenza. Invasione, disinformazione. Pietismo, paternalismo, ipocrisia.

Rispondo per parole chiave, nauseata da tutto questo, da essere umano, cittadina, giornalista, volontaria, attivista, donna, amica, sorella, figlia, un giorno, chissà, mamma: salvataggio, diritto internazionale, cura, accoglienza, amore, regole, legalità, trasparenza, coerenza, onestà, asilo, mediazione, cooperazione, politica, lotta al traffico di esseri umani, arresti, rimpatri, visti, accesso, vie, percorsi, ponti. Umanità, rispetto, dignità, serietà, rigore, sicurezza, studio, autocritica, competenza, Italia, mare, storie, vite, speranze.

E solo una parola, per quel giornalismo che è stato complice e volutamente ignorante, nel senso che in questi anni non ha voluto conoscere e approfondire tanti argomenti di cui comunque parlava e straparlava. Per quel giornalismo che adesso si mostra esperto di temi che continua a non studiare. Per quel giornalismo, con i suoi titoli sensazionalistici, con i suoi dati inesatti, la poca accuratezza, la superficialità, la mediocrità, le poltrone. Per quel giornalismo che ha oscurato il prezioso lavoro di altri, con le opinioni non richieste al posto dei fatti, che non ha informato, che non ha permesso ai cittadini di capire, venendo meno al diritto/dovere di cronaca. Per il giornalismo megafono dei politici impreparati.

Di fronte alle immagini della donna sopravvissuta all’ultimo naufragio nel Mar Mediterraneo, il mare più mortale al mondo per mano dell’uomo; di fronte alle immagini già tristemente note della donna distesa a pancia in giù su una tavola di legno e del bambino nudo, senza vita, disteso su quella stessa tavola di legno, una sola parola per quel giornalismo: silenzio.

Un minuto di silenzio.

Mentre ero a Tunisi, durante un corso di mediazione interculturale, ho provato a descrivermi usando delle parole chiave che rappresentassero la mia vita, le mie passioni, le mie paure e insicurezze. L’esercizio era parte di una lezione molto interessante che mi ha permesso di riflettere su me stessa, di guardarmi un po’ dentro, anche confrontando il mio racconto con quello degli altri, diversi da me.

Questa piccola prova introspettiva seguiva un primo esercizio inaspettato, in cui dovevamo descriverci attraverso un breve ritratto autobiografico più narrativo e discorsivo, e un secondo esercizio, in cui avevamo analizzato insieme una poesia del poeta arabo Al-Mutanabbi. Una poesia, fatta di poche parole che però richiamavano altre parole, positive o negative, tristi o felici, parole di paura e coraggio, angoscia e libertà, parole identiche ma con diverse sfumature di significato, che si legavano ad altre solo in base al proprio stato d’animo e alla propria visione della vita, alle proprie personali paure.

Per qualcuno, per me, il deserto era libertà e silenzio, per qualcuno rappresentava il pericolo. Per alcuni, la spada era sinonimo di morte, per altri significava protezione e difesa. Alla fine della lezione, dopo prove, confronti e analisi, era chiaro che la parola più importante da tenere a mente nella vita fosse la parola empatia. L’abilità di mettersi nei panni degli altri, un’abilità innata che va esercitata nel corso della vita, attraverso l’incontro con l’altro, e che bisogna imparare a controllare, per evitare di lasciarsi inghiottire dalle emozioni, le proprie e quelle altrui.

Ho sempre pensato che la scelta delle parole non dovesse essere casuale nella stesura di un articolo, di una lettera. Ho sempre pensato, fin da piccola, sicura di preferire le sfumature dell’italiano al risultato matematico, che la scelta di una parola al posto di un’altra, in un preciso momento, potesse fare la differenza. Ci credo ancora, dopo questo fiume di parole. Per questo, ho amato quella prima lezione, durante il mio corso di mediazione interculturale a Tunisi, e mi capita di ripensarci oggi.

Questo testo è un invito sincero a praticare l’empatia con chi è straniero, estraneo, nel senso di altro rispetto a noi. Potete iniziare dal vostro vicino di casa. È un invito all’empatia, come chiave di ogni sana relazione. Perché per conoscere l’altro, dobbiamo mettere in gioco noi stessi. Per conoscere davvero l’altro, dobbiamo uscire dalla nostra zona di comfort e affrontare le nostre paure. È anche un invito, senza nessuna presunzione, a riflettere, a leggere, a studiare. Perché altrimenti siamo fottuti. Senza capire, senza leggere, senza conoscere, senza porci mai domande, siamo fottuti. È, infine, anche un umile ma convinto invito al silenzio, rivolto a chi ha parlato e continua a parlare troppo, senza avere niente da dire.

Un minuto di silenzio. Un minuto di empatia.

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