Miti e “tradizioni” della mafie di casa nostra

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di Arcangelo Badolati

C’è una donna misteriosa e geniale che aleggia sul mito fondativo delle organizzazioni criminali del meridione d’Italia. È tedesca e nobile, cresciuta in uno splendido palazzo che guarda austero l’Havel scorrere dall’altra parte della strada.
Ama Miguel de Cervantes, lo scrittore spagnolo finito per un periodo schiavo dei saraceni e adora, ancor di più, l’Andalusia, la Castiglia e La Camancha. Le guerre contro gli arabi, l’eroismo dei condottieri iberici, la grandezza dei possedimenti situati al di là degli oceani la affascinano fino al punto di voler visitare, travestita da uomo, Madrid, Toledo e Siviglia espressione d’un mondo che l’ha completamente conquistata. Lei, figlia di una contessa legata alle famiglie imperiali germaniche e d’un alto ufficiale di cavalleria prussiano di origini altrettanto antiche e nobili, ha nel sangue il gusto per l’avventura e il fuoco per la conoscenza.
La donna, luterana e anticlericale, coltiva anche un desiderio di giustizia e di equità sociale: è stanca delle comodità e dei benefici di cui godono quelli del suo ceto. Inorridisce di fronte ai soprusi subiti dalla povera gente in fila per ottenere un tozzo di pane, costretta a vivere in stanze umide e fredde d’inverno e bollenti d’estate, oppure in baracche o case cadenti sparse in giro per una città resa celebre dalla dissolutezza dei suoi Principi e dalla corruzione delle loro corti. Dalla finestra del suo balcone guarda l’acqua dell’Havel scorrere perpetua e immutabile come quel mondo di ipocrisie e adulazioni che la circonda. Immagina altro e la sua fantasia cresce e spazia man mano che affonda gli occhi e la mente negli scritti di quello straordinario inventore di personaggi come don Chisciotte: Cervantes è stato militare, poeta, romanziere e drammaturgo. È pensando a lui, alle storie che ha costruito, che decide di dar corpo e struttura compiuta ad una setta, come quelle davvero esistite in Spagna dal 1400 in avanti, composta da uomini capaci di andare a braccetto con la morte. Uomini uniti da un comune giuramento, una medesima religiosità, un uguale coraggio ed una sottile astuzia che consentono, a ciascuno di loro, d’essere potere e contropotere.
Sono vincolati al silenzio e ossequiosi delle interne gerarchie, tramano nell’ombra e colpiscono duramente i nemici con la stessa ferocia con la quale trafiggono i traditori. Una setta pronta ad intervenire quando si tratta di punire i prepotenti e proteggere gli indigenti, alimentata da un cultura di segretezza e da una cassa comune rifornita dai capitali sottratti attraverso mirate azioni criminose. Una setta con un principio fondativo inviolabile sintetizzato in quattro piccole affermazioni indicative: “Buen ojo, buen oido, buenas piernas y poca lingua” (buon occhio, buon udito, buone gambe e poca lingua)…

Le origini condivise

Le mafie calabrese, napoletana e siciliana hanno un’origine comune che allunga le radici nel dominio esercitato in meridione dagli spagnoli. Un dominio cominciato con gli aragonesi e proseguito, seppur in maniera discontinua, sino all’Unità d’Italia. Non è casuale infatti che la leggenda tramandata oralmente per decenni da boss e picciotti della ’ndrangheta faccia risalire la nascita dell’associazione alle vicende biografiche di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, cavalieri iberici originari di Toledo, che fuggirono dalla Spagna dopo aver ucciso l’uomo che aveva “disonorato” una loro sorella.
I tre uomini vissero per ventinove anni nell’isola di Favignana, dopodiché Osso decise di restare in Sicilia e fondò la mafia, Mastrosso andò in Campania e creò la camorra mentre Carcagnosso si trasferì in Calabria dove diede vita alla ’ndrangheta. I cavalieri uniscono nella fantasia popolar-criminale le tre organizzazioni delinquenziali più potenti del sud Italia e le rimandano a una matrice straniera che potrebbe non aver un reale significato oltre quello leggendario e fiabesco, se non si tenesse conto di un inoppugnabile dato: l’area meridionale della nostra penisola è stata per più di due secoli sotto il controllo dei regnanti spagnoli.
E allora, legando all’invenzione di Irene de Suberwik ed a Toledo, città della Castiglia, dove la scrittrice collocò la fondazione, nel 1417, della Garduña, si giunge con facilità a comprendere l’origine del mito fondativo delle mafie. La strutturazione interna ed i rituali della setta immaginata dalla berlinese sono stati mutuati dalle organizzazioni criminali meridionali, Non esistono peraltro processi che attestino giudiziariamente l’esistenza della setta di cui si parla invece per la prima volta, con dovizia di particolari, proprio nel vecchio testo del 1844 – Misterios de la Inquisicion Española y otras Sociedades Secretas – pubblicato a Parigi e scritto da Victor de Fereal, nome dietro cui si cela appunto la de Suberwick. Un documentatissimo volume del 2006 di due importanti storici iberici, Leon Arsenal e Hipolito Sanchiz, dal titolo Una historia de las sociedades secretas españolas, confuta in toto e in via definitiva l’esistenza dell’antica consorteria criminale.

Il tema del libro della de Suberwick

L’intuizione letteraria della scrittrice tedesca, che usa un nome maschile iberico e scrive in spagnolo in ossequio all’amore culturale provato per de Cervantes, è legata proprio a Rinconete y Cortadillo, novella del grande autore castigliano in cui è narrata la storia di due ladri apprendisti ammessi alla feroce confraternita di Monopodio attiva a Siviglia.
Una confraternita nella quale i componenti si spartivano i profitti, corrompevano la polizia e il clero per guadagnarsi l’impunità e utilizzavano un preciso codice linguistico e gergale per comunicare. Cervantes racconta che i novizi erano chiamati “fratelli minori”, mentre i più attempati e abili compagni di malefatte “fratelli maggiori”.
La setta era insomma strutturata in due nuclei, proprio come ieri lo era la Garduña secondo la scrittrice e come lo sono oggi le cosche della ’ndrangheta, i cui “locali” sono costituiti dalla “società minore” e dalla “società maggiore”. Della prima fanno parte picciotti e “sgarristi”, dell’altra i quadri dirigenti dell’associazione mafiosa. Le analogie tra la setta sivigliana, la fantomatica Garduña e la ’ndrangheta sono diventate, dal Novecento in avanti, sempre più evidenti.
Se dunque la Garduña non è davvero mai esistita ed è frutto solo di una “invenzione”, essa è stata evidentemente assunta, come abbiamo detto, alla stregua di un lontano ed efficace mito fondativo evocato attraverso l’utilizzo dell’immagine metaforica e suggestiva dei “tre cavalieri”. Ad una nobile e curiosa intellettuale germanica che fingeva d’essere uno scrittore iberico si deve, dunque, la nascita della “tradizione” delle mafie italiane. Un paradosso storico e culturale se consideriamo quanto l’«ominità» abbia caratterizzato e caratterizzi organizzazioni criminali come la ’ndrangheta.

Il libro: “Santisti & ’Ndrine. Narcos, massoni deviati e killer a contratto”, Pellegrini Editore

Da mafie


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