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Un uomo e un cambiamento epocale

 

di Alessandro Pansa

L’arricchimento del mio bagaglio professionale grazie all’esperienza che mi ha visto collaborare con Giovanni Falcone in molte inchieste di particolare rilievo, specie sul piano internazionale, è stato enorme. L’esperienza umana forse lo è stata anche di più, ma questa resta nella sfera personale che conservo come mio ricordo.
Le inchieste del giudice Falcone, pur avendo come campo di analisi il mondo del crimine, coinvolgevano direttamente anche quello della criminalità economica. In tale contesto venivano alla luce costantemente intrecci, sovrapposizioni o identificazioni di interessi occulti, che facevano capo a centrali d’intermediazione tra realtà politica o economica con quella criminale. Appariva evidente come la presenza della criminalità organizzata in settori economici ed in ambienti politico-istituzionali determinasse, come conseguenza indotta, un inquinamento progressivo non solo del tessuto economico locale, ma anche del contesto sociale e della vita pubblica.
In quegli scenari tre erano gli attori principali che comparivano: personaggi della politica locale e non, esponenti del mondo economico e di quello criminale. Alcune volte i tre insiemi cooperavano tra loro, altre volte solo alcuni di essi agivano congiuntamente.
La storia della criminalità di questo Paese, in aggiunta a quella di alcune vicende del mondo dell’imprenditoria nazionale, ha portato alla luce una realtà che consente di individuare il collegamento tra mondi diversi nella presenza di agenti che facilitano o rendono possibile l’incontro tra le parti. Come già dalle prime inchieste degli anni ’80 sul mercato della droga, che vedeva Palermo al centro del traffico dell’eroina verso gli Stati Uniti, il ruolo di quegli agenti emergeva nella duplice veste sia di supplenza alla carenza di quella professionalità di cui Cosa Nostra aveva bisogno per muoversi nei mercati internazionali, sia di riduzione dell’asimmetria informativa che grava sulla criminalità organizzata.
Complessi e profondi, e per certi versi sorprendenti, emersero gli intrecci che in quegli anni il crimine organizzato era riuscito a tessere nell’ambito del sistema economico e finanziario, rendendo la distinzione tra il legale e l’illegale sempre più difficile e sfumata.
Tutto questo Giovanni Falcone lo aveva prima intuito, attraverso l’attenta lettura di fascicoli processuali, e poi lo aveva dedotto dagli eventi ricostruiti nel corso delle indagini. Lo aveva documentato in diverse occasioni con atti processuali ed alla fine il tutto era stato cristallizzato in giudicati, a cui si era giunti partendo proprie dalle sue istruttorie.
Oggi si discute con facilità di indagini patrimoniali, del sequestro dei beni, delle misure antiriciclaggio. Bene: credo che tutto questo insieme di strumenti, fondamentali nella lotta alla mafia e basilari per gran parte dei successi più importanti conseguiti sino ad oggi in questo campo, sono frutto dell’esperienza operativa di Giovanni Falcone e di coloro che hanno da lui appreso e con lui sperimentato quelle vie dell’investigazione.
Seguiva le piste dell’inchieste passo passo, anche all’estero, studiando prima di partire gli ordinamenti penali e civili di quei paesi per poter nel modo giusto chiedere informazioni, dati e documenti utili alle istruttorie italiane.
Nel lavoro d’indagine di Giovanni Falcone, l’esigenza di confrontarsi di continuo con una realtà multiforme e sommersa, insieme all’esigenza di preservare l’attitudine a comprendere le dinamiche criminali ed a seguirle, anche per tempi lunghi, nel loro evolversi, ha portato a sviluppare competenze che sono divenute parte integrante delle metodologie investigative più moderne.
L’insegnamento che è venuto dal lavoro svolto da Giovanni Falcone e l’esperienza maturata nell’averlo affiancato in diverse inchieste rappresentano quello che viene definito il “metodo Falcone”. Seguire le tracce, specie quelle dei soldi, collegarle tra loro attraverso documenti, testimonianze, accertamenti bancari o altre… Continua su mafie

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