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I dazi di Trump: guerra commerciale e non solo

 
di Marco Mazzoli (professore di politica economica all’Università di Genova)

Le decisioni di Trump di imporre dazi doganali sulle interpretazioni non sono una semplice scelta di politica economica, ma vanno inquadrate nel più generale contesto geo-politico. La prima conseguenza dei dazi sulle importazioni è che anche altri Paesi adottino a loro volta dazi come contromisura, con la possibilità di riduzione del Pil mondiale.

 

Nelle ore in cui iniziavo a scrivere questo pezzo, giungevano le prime notizie televisive dei bombardamenti americani, britannici e francesi sulla Siria. Come spesso avviene in questi casi, le informazioni non sono molto precise e le varie fonti forniscono dati e interpretazioni divergenti.

È comunque chiaro un fatto: le decisioni di Trump di imporre dazi doganali sulle interpretazioni non sono una semplice scelta (molto controversa) di politica economica, ma vanno inquadrate nel più generale contesto geo-politico.

Per una storia dei dazi
Vediamo però, in primo luogo, le motivazioni e le conseguenze dei dazi doganali. I dazi di Trump emergono dopo oltre settant’anni di proclami politici (e di letteratura e teoria economica liberale) in cui si affermava la necessità dell’apertura internazionale dei mercati, poiché (si sosteneva) il fatto di poter esportare i propri prodotti in tutti i Paesi del mondo, avrebbe creato un forte stimolo alla crescita e alla prosperità di tutte le economie e di tutti i Paesi. Questo è effettivamente avvenuto dal 1945 fino alla fine degli anni settanta, una fase storica in cui le economie occidentali a economia di mercato hanno sperimentato tassi di crescita mai visti prima e in cui il tenore di vita è aumentato significativamente anche per i Paesi in via di sviluppo e anche per le classi sociali più povere nei Paesi occidentali. A partire dagli anni ottanta, con il processo di globalizzazione finanziaria, la situazione è cambiata: da un lato, crescenti flussi di investimenti finanziari internazionali (sempre più volatili e in cui sempre più rilevante è la quota degli investitori puramente speculativi) hanno generato una sorta di unico mercato finanziario internazionale, non regolato da nessuna autorità di supervisione (non esiste infatti a livello internazionale un’istituzione corrispondente alla banca centrale) in uno scenario in cui crisi finanziarie di portata drammatica si sono succedute mediamente ogni 10 anni (la crisi di Wall Street del 1987, la crisi asiatica del 1997, la crisi dei subprime del 2007, da cui solo ora stiamo faticosamente uscendo). Dall’altro, la deregulation finanziaria e la competizione fiscale tra i vari Paesi (che cercano di attirare gli effimeri capitali finanziari continuando a detassare) hanno generato una forte pressione alla riduzione globale della spesa sociale, al welfare state e alla precarizzazione del lavoro, aumentando enormemente la diseguaglianza e peggiorando drammaticamente la distribuzione del reddito, oltre a creare una nuova classe sociale: i rentier finanziari internazionali, un gruppo sociale la cui dimensione non supera lo 0,1% della popolazione mondiale, che non è più ancorato a nessun Paese (potrebbe vivere in Canada, come negli USA, nell’Arabia Saudita o in Cina) perché, quando la polis, i singoli paesi occidentali, avevano raggiunto a fine anni ottanta, un contesto istituzionale di norme e regole che tutelavano il lavoro e garantivano le fasce più deboli, questo piccolissimo gruppo sociale di puri speculatori finanziari è “sfuggito” alla polis, alle sue politiche redistributive e alle norme sociali, proponendo invece la globalizzazione finanziaria e la deregulation in nome della modernità e del libero mercato.

Solo che se il libero mercato, anziché essere in regime di concorrenza perfetta è caratterizzato dall’oligopolio (ossia da poche grandi imprese che controllano i mercati mondiali), sono ben pochi i soggetti che traggono i benefici della modernità. All’inizio della deregulation finanziaria era l’ideologia neoliberista a proporre con forza, a dispetto delle delocalizzazioni delle imprese (anche quelle in attivo, se trovavano all’estero regimi fiscali più accomodanti) e a dispetto della perdita di posti di lavoro, l’apertura dei mercati e la rimozione di qualsiasi ostacolo (anche di natura normativa e sociale) che limitassero l’operare del capitale.

I nuovi assetti della geopolitica
Alcuni anni fa, il Wto, l’organizzazione del commercio internazionale, arrivò ad una risoluzione che imponeva ai Paesi africani la privatizzazione dell’acqua (che sarebbe stata facilmente acquisita da grandi gruppi di imprese sovranazionali), incurante delle terribili conseguenze umane e sociali che tale scelta avrebbe comportato in Paesi caratterizzati da grande scarsità di acqua. Ma, si sa, i tempi cambiano e ora non sono i sindacati e i partiti di sinistra a chiedere limitazioni (di natura sociale) ad alcuni meccanismi neoliberisti: è invece un tycoon americano, icona del capitalismo più cinico e spregiudicato e lo fa non proponendo parziali dispositivi normativi che limitino i costi sociali di alcuni meccanismi di mercato, ma ricorrendo al duro e grossolano protezionismo: barriere doganali e forti dazi sulle importazioni. Sorge legittimo il dubbio che a motivare Trump sia stato non l’altruismo e la commozione per le dure condizioni di vita di milioni di giovani precari costretti a vivere con compensi di 400-500 euro al mese, con stage o contratti precari di apprendistato. È evidente che forse, ora, non sono più solo e non tanto le aggressive imprese statunitensi a fare la parte del leone nell’arena dei mercati globalizzati, ma le tante imprese all’avanguardia di paesi emergenti come l’India o la Cina ad insidiare gli stessi mercati americani. E, per molti settori, anche le stesse imprese europee. Ed ecco che i granitici principi neoliberisti, a lungo presentati come verità assoluta e simbolo della modernità, vengono improvvisamente messi da parte dal governo americano.

Le conseguenze possibili ai dazi
La prima conseguenza dei dazi sulle importazioni è che gli altri Paesi adottino a loro volta dazi come contromisura. Il risultato complessivo di tutto ciò è una riduzione del Pil mondiale, poiché le guerre commerciali, come tutte le guerre provocano dei danni a tutti. Ma c’è di più. La curiosa coincidenza tra l’emergere dello spettro dei dazi e le azioni militari di USA, Gran Bretagna e Francia (e le risposte della Russia e, soprattutto, della Cina, paese fortemente esportatore, che più di tutti sarebbe danneggiato dai dazi) fa capire che i dazi sono solo una delle tante pedine di un conflitto geopolitico globale che vede, da un lato, gli Stati Uniti, dall’altro alcune potenze economiche emergenti come Russia e Cina. Le stesse modalità dell’attacco di USA, Gran Bretagna e Francia fanno capire che si trattava di un attacco “circoscritto” e con valenza geopolitica, poiché pare che le autorità russe (e di conseguenza le autorità siriane) ne fossero state preventivamente informate.

La posizione dell’Unione Europea in questo conflitto (fortunatamente non armato) non sono ancora chiare, a causa delle incongruenze nella sua architettura istituzionale. Creare l’Unione Europea con l’ideologia neoliberista dello “stato minimo” (esiste la moneta unica ma non esiste un’autorità di politica fiscale europea, né un principio di welfare europeo) non l’ha resa capace di affrontare queste sfide. Forse bisognerebbe chiederne conto ai tanti leader politici che, ai tempi della firma dei trattati, amavano soprattutto farsi fotografare nelle “foto di gruppo” che apparivano nei TG e nelle prime pagine dei giornali.

Da confronti

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