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Scomuniche e verità scomode

 

di Augusto Cavadi

 Le scomuniche ai mafiosi, come le grida di manzoniana memoria, si sono moltiplicate in proporzione alla loro inefficacia. Già nel 1945 i vescovi siciliani ricordano che sono automaticamente (“ipso facto”) scomunicati “tutti i rei sia di rapina sia di omicidio”. Seguono anni di ambiguità sotto l’egida del cardinale Ernesto Ruffini che non era un filo-mafioso, ma uno dei molti che (anche nella magistratura e società civile) riduceva la mafia a fenomeno delinquenziale come tanti nel mondo, senza  vederne lo spessore politico-economico.
Nel 1993 Giovanni Paolo II, in visita in Sicilia, non usa il termine tecnico “scomunica” ma lancia ai mafiosi quel grido diventato celebre (“Convertitevi: una volta verrà il giudizio di Dio!”) che risuona ancora più eclatante di una mera dichiarazione canonica. Da allora, e specialmente dopo l’assassinio di don Puglisi e di don Diana, i vescovi ribadiscono che, anche senza una condanna esplicita, chi uccide o danneggia gravemente e intenzionalmente il prossimo si pone da solo fuori dalla comunione ecclesiale (ex communione). Si arriva così al recente pronunciamento di Francesco I nei pressi di Sibari il  21 giugno 2014: “I mafiosi sono scomunicati, non sono in comunione con Dio”.
Chi segue i complessi rapporti fra Chiesa cattolica e mafie non può non constatare con soddisfazione la crescente consapevolezza, nei pastori e nei fedeli, dell’incompatibilità fra il vangelo e la lupara. Ma, con altrettanta lucidità, non può chiudere gli occhi su alcuni aspetti problematici della questione.
Una prima considerazione: i mafiosi non vivono in una sfera vitrea fuori dal tempo e dallo spazio, risentono dei mutamenti culturali epocali esattamente come il resto dei cittadini. La secolarizzazione, che segna mentalità e costumi del Meridione, incide anche sul peso che essi danno agli aspetti teologici, liturgici e canonici. In alcune lettere intercettate e pubblicate, Matteo Messina Denaro confessa chiaramente di non ritenersi più cristiano: non crede più in Dio né in una vita dopo la morte.
Una seconda considerazione: una cosa è condannare ex cathedra i mafiosi in generale e tutta un’altra cosa è applicare la condanna, nella concretezza dei territori specifici, ai singoli mafiosi in carne e ossa. Se sono papa o vescovo è relativamente facile comminare scomuniche; se sono parroco in un quartiere popolare di Catania, o in un piccolo borgo dell’Aspromonte, non è altrettanto facile negare a un noto boss il matrimonio in chiesa o il funerale religioso in pompa magna.
Ma ciò che riterrei decisiva è una terza, e ultima, considerazione. Se scopro che la mia cucina è infestata da formiche o scarafaggi, prima di attrezzarmi d’ insetticidi, non mi chiederò che cosa attragga tanto gli sgraditissimi ospiti?
Analogamente, prima di studiare strategie per cacciare i mafiosi dalla comunità ecclesiale, sarebbe più logico interrogarsi sulle ragioni per cui i mafiosi frequentano gli ambienti cattolici e tengono tanto a occupare posti di rilievo al loro interno (dirigenti di associazioni, superiori di confraternite rionali , amministratori di opere pie…).
Si potrebbe scoprire una verità scomoda ma lampante: curie vescovili e parrocchie attirano mafiosi e amici di mafiosi, come il cacio attira i topi, perché sono luoghi dove girano soldi e si muovono leve di potere. Sarebbe così – si chiedono alcuni teologi più schietti – se le comunità cattoliche vivessero in maniera più sobria, più libera dall’affarismo economico, dalle relazioni con ministeri e assessorati, dalle manovre elettorali? Chiese più vicine allo stile evangelico  – alla solidarietà con gli impoveriti e gli emarginati; alla cura dell’ambiente naturale; all’osservanza delle regole democraticamente stabilite; al rispetto laico della libertà di coscienza di tutti… – sarebbero ancora appetibili agli occhi dei mafiosi ? O questi, piuttosto, se ne terrebbero lontani con sussieguo, come da congreghe di patetici idealisti?

Da mafie

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