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Perché don Pino è diventato Beato

 

di don Mario Torcivia

Il 25 maggio 2013 la Chiesa ha beatificato don Giuseppe Puglisi, ucciso dalla mafia, in odium fidei, il 15 settembre 1993. In queste nostre righe ci soffermeremo sul motivo di tale uccisione e sul perché Puglisi è stato dichiarato martire.
Il modo di essere e di vivere il sacerdozio da parte di Puglisi è stato molto stridente con l’immagine che la mafia ha del prete. Per questa organizzazione criminale, il ruolo del sacerdote è relegato soltanto all’aspetto cultuale.
Il prete deve amministrare i sacramenti (celebrare Messa, battezzare, dare l’estrema unzione), fare il catechismo. Il compiere un’opera di evangelizzazione che comporti anche il prendersi cura del territorio, e quindi della gente che vi abita, facendosi voce anche dei bisogni (l’assenza di scuole, strutture sanitarie, biblioteche, centri sociali) o il prendersi cura delle giovani generazioni perché abbiano un presente e un avvenire diverso da quello che solitamente hanno i giovani che vivono in determinati quartieri, diventa pertanto un modo altro, direi quasi “rivoluzionario”, di essere prete.
Modalità che lo porta a diventare, automaticamente, un oppositore allo status quo posto in atto e voluto dalla mafia. Puglisi, oltre ad annunciare il Vangelo nei modi usuali (catechesi, celebrazioni liturgiche, accompagnamento spirituale, opere di carità) si è contraddistinto per una forte spinta di promozione sociale (non assistenzialismo) della gente della parrocchia di Brancaccio.
La fede professata/vissuta da Puglisi – Vangelo e promozione umana, due facce della stessa medaglia – è diventata così motivo di turbamento da parte dei mafiosi perché è consistita nella presentazione di un Dio che, attraverso i suoi ministri, si prende cura concretamente dei bisogni della gente. E quindi di un Dio che confligge in modo assoluto con il dio adorato dai mafiosi – le cui caratteristiche sono l’arroganza, la prepotenza, il sopruso contro i deboli – al quale si deve sacrificare tutto, anche la vita, personale e/o altrui.
La scelta di uccidere Puglisi presenta così due livelli di lettura: l’eliminazione di un prete che dava fastidio e l’opposizione radicale del dio dei mafiosi al Dio annunciato da Puglisi.
Il prete palermitano ha così involontariamente smascherato la verniciatura religiosa della mafia (le sue preghiere, i suoi riti, i suoi santini, le sue benedizioni) “costringendola” a rivelarsi per quello che è: una forma di idolatria, che non può accettare l’esistenza di un Dio diverso da quello da essa venerato.
Uccidendo Puglisi, la mafia ha svelato chiaramente il proprio odio verso il Dio annunciato e professato dalla vita di un prete, autentico discepolo di Gesù Cristo e del suo Vangelo.
Ecco il motivo per cui la Chiesa ha riconosciuto che l’uccisione di Puglisi è avvenuta in odium fidei e lo ha proclamato Beato, perché martire, termine tecnico nel cristianesimo per affermare una testimonianza di fede nella vita condotta da un cristiano che ne ha comportato l’uccisione da parte dei nemici di Cristo e della fede cristiana.
E, come la testimonianza di amore al Padre e ai fratelli ha comportato per Gesù la morte in Croce, così la vita di Puglisi – totalmente spesa per il Vangelo e per le persone a lui affidate – testimoniando in modo inequivocabile quale sia il vero Dio da adorare, ha attirato contro di lui la mano omicida dei mafiosi.
Il Papa, dichiarando Puglisi beato, afferma con chiarezza la nitidezza della testimonianza resa dal prete palermitano ponendolo, per la Chiesa di Palermo, quale modello, per i preti, di esercizio del ministero sacerdotale e, per tutti i fedeli, di vita cristiana tout court, perché vissuta in modo coerente col Vangelo di Gesù Cristo.

Da mafie

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