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Martin Luther King e il sogno che non morirà

 

Alla larga dai santini e dalle visioni edulcorate. Alla larga dalle gratificazioni postume e dai costanti tentativi di piegare la figura del reverendo King alle convenzioni e alle convenienze del momento. Perché tutto avrebbe desiderato Martin Luther King, di cui ricorre il cinquantesimo anniversario della scomparsa, fuorché di essere trattato come una sorta di divinità da venerare ed invocare a piacimento, in base alle esigenze di ciascuno, compresi coloro che mai ne hanno davvero colto e compreso il messaggio rivoluzionario.

Martin Luther King è universale ma appartiene al suo tempo: agli anni Sessanta della protesta e della rivolta, della rivendicazione dei diritti da parte degli afroamericani, di Angela Davis e di James Baldwin, di Malcom X e del “Black Panther”, del pugno chiuso fascisti con un guanto nero di Smith e Carlos a Città del Messico e della tragedia di John e Robert Kennedy. Portato fuori dal suo immaginario, dalla sua epoca e dalle sue lotte, ecco che King si trasforma in ciò che mai avrebbe voluto essere e mai sarebbe dovuto diventare, ossia una figurina buona per tutti i convegni, tutti i seminari e tutti i cortei, acclamata e osannata in quanto non costa nulla e consente a chiunque di fare bella figura. E invece no, dannazione, King non era questo.

Martin Luther King era un personaggio vieppiù divisivo e urticante, un predicatore aspro, un uomo che poneva l’America a confronto con i propri limiti e le proprie contraddizioni, che ne metteva in risalto la barbarie e che si opponeva al mito fasullo dell'”American dream”, con le sue colate di retorica da due soldi e cattiveria sapientemente celata ma non per questo meno corrosiva.

Martin Luther King vedeva, sapeva e si batteva come un leone contro tutte le ingiustizie. Predicava la pace e la non violenza, certo, ma questo non gli ha mai impedito di promuovere marce, boicottaggi e una miriade di azioni di disobbedienza civile che gli sono costate arresti, attacchi forsennati e un discredito di cui oggi, purtroppo, si è persa la memoria.

Sono rimasti i suoi discorsi, ed è senz’altro un bene, sono rimasti i suoi messaggi, sono rimaste le sue parole pronunciate al Lincoln Memorial di Washington il 28 agosto del ’63, è rimasta la sua idea di un sogno collettivo che si fa carne, comunità e potere attraverso la passione civile e l’impegno politico attivo, e tutto questo è sicuramente positivo; peccato, però, che siano andate smarrite le sue condanne nei confronti del consumismo, del materialismo e di altre indecenze contemporanee che si sono potute affermare anche perché quest’icona del Ventesimo secolo è diventata troppo presto tale.

E allora, cortesemente, se vogliamo rendere meno vacuo questo anniversario, se davvero vogliamo rendere giustizia al suo spirito e ai suoi moti d’orgoglio, stacchiamolo dalle pareti, togliamolo dalle scrivanie e ricominciamo a studiarlo: ci renderemmo conto di quanto sia più che mai attuale in questo mondo funestato da muri, barriere, fili spinati, popoli in marcia per la sopravvivenza respinti alla frontiera di paesi che un tempo costituivano un baluardo dei diritti umani e oggi hanno venduto l’anima al diavolo, in nome di un contrasto alle spinte nazionaliste e xenofobe che finisce, ovviamente, col favorirle, in questa America devastata dal trumpismo, in questa società disumana e aberrante, a Ventimiglia come a Bardonecchia, a Gaza come ad Afrin, ovunque ci sia una sofferenza e un dolore di cui prendersi cura.

Martin Luther King è vivo e attuale proprio perché continua a invitarci ad ascoltarlo senza farne un mito, un martire o un mero utopista. È vivo perché è concreto, è vivo perché è un uomo del suo tempo, scomparso a neanche quarant’anni, che tuttavia ha saputo esprimere delle idee e delle proposte che ancora oggi sono in grado di far vibrare le corde dell’anima di milioni di persone.

Martin Luther King oggi vive ovunque ci sia una frontiera da superare e un’ingiustizia contro cui scagliarsi, ovunque ci sia un governo razzista o falsamente democratico, ovunque ci sia una prigione in cui sono incarcerati degli innocenti, ovunque ci sia il tormento dell’umanità e un bisogno urgente di buona politica e di uguaglianza.

Martin Luther King, mezzo secolo dopo, vive e cammina sulle gambe di chi ha deciso di portare avanti le sue idee e di far sì che non morisse invano quel pomeriggio del 4 aprile 1968 a Memphis, in Tennessee, per mano di James Earl Ray, seguace dell’ignobile governatore dell’Alabama, Wallace, che quell’anno, candidandosi alle Presidenziali, avrebbe contribuito alla sconfitta dei democratici, orfani di Robert Kennedy assassinato in giugno a Los Angeles, e alla vittoria di Nixon e della sua “maggioranza silenziosa”.

Martin Luther King, lasciatemelo dire, vive infine nello sguardo e nelle parole di sua nipote Yolanda, la quale ha detto pubblicamente, lo scorso 24 marzo a Washington, di sognare un mondo senza armi.

Non so se i ventenni che si battono per regolamentare la vendita delle armi in America riusciranno a vincere la propria battaglia: di sicuro, hanno sconfitto un’apatia e un’accondiscendenza durate troppo a lungo, il che già di per sé costituisce un risultato straordinario.

“Lift ad you climb”: era lo slogan delle “Black Universities” finanziate dalla comunità afroamericana che lo stesso King ha frequentato, precisamente il Morehouse College. Mentre sali, mentre vai avanti, solleva anche gli altri, rendili partecipi della tua crescita culturale e sociale.

Martin Luther King è vivo e vivrà perché neanche Nixon, neanche Reagan, neanche quattro decenni di liberismo spietato e di predicazione anti-sociale sono riusciti a toglierci questi valori, a dimostrazione di quanto costituiscano non tanto e non solo un manifesto politico di tutto rispetto quanto un’esigenza umana imprescindibile, una necessità dell’anima che oggi sfida i muri e le frontiere, scavando un solco nelle coscienze di una comunità in cammino.

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