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La frutta in Cile è una cosa seria

 

Come il Cile difende i propri interessi economici

Alberto Incarbone 

All’aeroporto di Santiago un giovane agente della dogana controlla il passaporto:

«Motivo della visita?»

«Turismo»

«Biglietto di ritorno?»

«Nessuno»

«Professione nel paese d’origine?»

«Laureato e disoccupato»

«Quanti soldi ha nella carta?»

«Quattrocento euro»

Gli spunta una smorfia sul viso sbarbato e lucido e fa:«Lei vuole fare turismo con appena trecento mila pesos? “. Alza il sopracciglio e si avvicina a un microfono: «Sicurezza?».

La sala d’attesa della Policia de Investigationes non è altro che una fila di sedie davanti ad un piccolo ufficio. Qui ci stanno i sospetti terroristi, gli haitiani, i turisti con pochi soldi oppure quelli che hanno portato delle banane ma non lo hanno dichiarato. Già, in Cile se provi a far entrare frutta stai facendo un attentato.

Quando scendi dall’aereo bello contento e vai a ritirare i bagagli devi fare una serpentina che ti porta davanti a dei grandi scatoloni a raggi X. A farti compagnia mentre sei in fila ci sono dei simpatici cani color avana che scondinzolano liberi, tenuti d’occhio da cinofili in divisa verde. Questi sono gli agenti del Servicio Agricola y Ganadero, l’ente statale che protegge vegetali e animali del paese sudamericano, che mentre aspetti il turno ti chiedono se porti con te mele o altra frutta.

Capita che una tedesca alta e magra cammina tranquilla con la sua amica e viene puntata da uno di loro. L’animale, orecchie a penzoloni, struscia il naso umido sulle gambe della turista e agita la coda a bandiera. Allora un omino verde, sospettoso, si avvicina e le chiede di aprire lo zainetto nero che tiene sulle spalle. Lei imbarazzata tira giù la zip, il cane butta il naso in avanti, si agita e l’agente si accovaccia per vedere meglio ma scopre che nella tasca non c’è niente.

«Avevo mangiato una banana ieri – ammette la tedesca timida– sarà rimasto l’odore».

L’agente alza la mano, tutto ok, può entrare nel paese, e lei sollevata se ne va contenta con la compagna a lato. Sembra una cosa simpatica, specie appena vedi i labrador retriver con la pettorina, qui però le banane sono una cosa seria.

Il 9 marzo è entrato nel porto di Shangai il primo cargo di frutta fresca della storia: trenta aziende cilene hanno portato quattromila tonnellate di ciliege, uva e mirtilli nelle tavole dei consumatori cinesi. Una specie di D-Day organizzato dal mega-gruppo Dalian Yidu, che è in Cina dal 2009 col marchio Truenjoy e da quattro anni ha ottenuto la certificazione di conformità dalla Repubblica Popolare. Significa prodotti di alta qualità e un rapporto speciale col governo, dato che dal 2017 il gruppo è il primo importatore nel paese asiatico. Significa soprattutto una marea di lavoratori, specie stranieri, che lavorano a basso prezzo nelle campagne e nelle vigne delle regioni centrali.

Quindi nessuna sorpresa se i cinofili della SAG ti salassano con una multa: il severo Serviciostatale evita che insetti e nuove varietà danneggino la produzione agricola con malattie che vengono dall’estero.

«Italiano?». Una poliziotta bionda sulla cinquantina fa segno di entrare nell’ufficio e di sedere di fronte alla scrivania di un collega. Con un breve interrogatorio si rendono conto di non avere di fronte un terrorista o, peggio, un emigrante lavoratore e finalmente concedono il visto turistico:

Tre mesi per visitare quattromila kilometri di paese. Forse son pochi.

Da isiciliani

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