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Il Vaticano e quei “bravi ragazzi” della Magliana

 

di Massimo Lugli

La fine è ignota. E probabilmente lo resterà per sempre. Nessuna svolta clamorosa all’ultimo capitolo in stile Ken Follet o confessione catartica del colpevole alla Poirot. Mistero insoluto. Tutte le inchieste giudiziarie, le indagini cold case, le fantasie da romanzieri, le speculazioni giornalistiche, i voli pindarici dei criminologi sono finiti, invariabilmente, in un buco nell’acqua. Quel grande intreccio di segreti tra servizi, sagrestie, intrighi in porpora e malavitosi arrembanti resterà per sempre senza soluzione.
Zoommata numero uno: una fila di manifesti in bianco e nero che ritraggono una adolescente con la fascetta nera sulla fronte e lo sguardo timido sotto un nome, una scritta e un numero di telefono. Zoommata numero due: un sarcofago seppellito nella basilica romana di Sant’Apollinare in Classe, con un soprannome incastonato di zaffiri: Renato. Zoommata numero tre: un cadavere appeso per il collo sotto il ponte dei Frati Neri a Londra con le tasche piene di sassi.
Roberto Calvi, Emanuela Orlandi, Enrico De Pedis. Tre nomi che potrebbero essere altrettante tappe dello stesso, monumentale intreccio di soldi, sesso, segreti. Forse. O magari tra depistaggi, spioni, pentiti a tassametro e rivelazioni farlocche la verità è molto più semplice, a portata di mano e il resto è pura dietrologia. Dopo quasi quarant’anni una cosa sola sembra certa: nessuno lo saprà mai.
Il personaggio principale, quello che probabilmente sapeva tutto e si è portato la soluzione nella tomba resta sempre lui: “Renatino”, il “Dandy” di Romanzo Criminale, uno dei padri fondatori dell’unica organizzazione criminale che, anche se per un periodo relativamente breve, ha conquistato l’egemonia sulla turbolenta e indisciplinata mala capitolina. Figura assolutamente anomala e quasi incongrua tra i barabba romani: maglioncini di cachemire, completi di Caraceni, pochi vizi (non fumava, non beveva e non aveva la proboscide da cocaina al posto nel naso come quasi tutti i complici). Malignità senza fondamento lo davano per figlio del cardinal Poletti ma in realtà suo padre lo chiavano Caino visto che aveva ammazzato il fratello. Di sicuro, Renatino e Poletti si frequentavano assiduamente e all’interno delle Mura Leonine, il boss griffato Caraceni era di casa: era intimo di Roberto Calvi ai tempi del suo apogeo, organizzava feste per Flavio Carboni (quello che di secondo nome, stando a tutti i titoli di giornale, faceva “Faccendiere”) andava a cena con Paul Marcinkus, presidente dello Ior. De Pedis, tra incensi e candele, si trovava altrettanto bene che tra pallottole e partite di cocaina e quando un piccolo sindacato di polizia scoprì che, dopo la morte, era finito a far compagnia a cardinali e benefattori, molti si meravigliarono solo in parte.
Tre passi indietro nel tempo. Roberto Calvi viene trovato “suicida” a Londra il 17 giugno 1982. La pista principale è quella del crack dell’Ambrosiano, una catastrofe economica della banca legata allo Ior e provocata anche da una vagonata di contante targato Cosa Nostra: 250 milioni di dollari passati per le mani di Pippo Calò, il cassiere della mafia siciliana che, a Roma, aveva trovato buona sponda e ottimi agganci tra i “Bravi ragazzi” della Magliana. Emanuela Orlandi scompare nel nulla un anno dopo, il 22 giugno 1983 e nessuno riuscirà mai a scoprire che fine abbia fato. Le clamorose “rivelazioni” a puntate che la davano sposata in Turchia, nascosta sotto falso nome in un’isola greca e addirittura ricoverata in sempiterno in una clinica psichiatrica londinese allora venivano definite bufale, oggi fake news ma il concetto non cambia. Enrico De Pedis muore assassinato da due ex complici in via del Pellegrino il 2 febbraio del 1990, quando ormai le tre anime della gang (Testaccio, di cui era il boss indiscusso, Magliana e Ostia) sono ormai nel pieno di una guerra fratricida. Tutti i collegamenti sono arrivati dopo.
Una verità, perfino plausibile, l’ha raccontata Sabrina Minardi, sua ex amante, che lo conosceva fin da quando, da ragazzo, Renatino s’arrampicava sulle pendici del Gianicolo con un’altra donna di mala, Fabiola Moretti, a caccia di vipere da rivendere alla farmacia di piazza della Scala. Tra interviste, interrogatori, romanzi e film la Minardi le ha sparate grosse ma la sua ricostruzione fila: Renatino che procura ragazze per i cardinali pedofili, che ordisce traffici economici con lo Ior e organizza il sequestro di Emanuela come arma di ricatto a papa Giovanni Paolo II, colpevole di aver investito tonnellate di soldi (compresi quelli di Cosa Nostra) per foraggiare la titanica impresa di Solidarnosc: far cadere il regime comunista di Jaruzesky. Se non avesse piazzato il corpo di Emanuela accanto a quello del piccolo Giuseppe Nicitra (che sarà rapito e sciolto nell’acido tre anni dopo) e non avesse attribuito il ruolo di carceriera a Daniela Mobili, che all’epoca era in galera, Sabrina Minardi sarebbe stata perfino credibile. Sballata? Confusa? Inattendibile di sicuro. Caso archiviato. La fine è ignota.

Da mafie

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