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I segreti di Wind River

 

Che freddo! Si trema dalla prima inquadratura nel nuovo film di Taylor Sheridan in cui lo spettatore viene irrimediabilmente immerso in una distesa di neve a perdita d’occhio, troppo candida, troppo uniformemente incontaminata per non nascondere qualcosa di inquietante. Appostato tra la sterpaglia scheletrita, invisibile nella tuta bianca mimetica, il cacciatore tiene l’occhio incollato al mirino del fucile di precisione. Un branco di lupi ha circondato un gregge non meno immacolato e abbagliante della neve, percorso da fremiti di terrore in attesa dell’attacco mortale, quando due colpi secchi riecheggiano nel cielo di cristallo e il sangue dei predatori si spande sul soffice manto. Gli altri lupi fuggono via in ritirata. Nel gregge torna la calma. L’uomo ripone la sua attrezzatura, rimette lo zaino in spalla e affondando fino a metà coscia si avvia verso il poderoso pick-up lasciato a debita distanza. Ma qualcosa in lontananza attrae la sua attenzione: una macchia scura e indistinta che ha forse la forma di un corpo umano. Volge in quella direzione e scopre il cadavere di una giovane donna bocconi,  a piedi scalzi, stecchita nel gelo; accanto alla bocca una pozza di sangue rappreso. L’uomo perimetra il luogo per le squadre di soccorso e torna a valle. Lo sceriffo, indiano, organizza la spedizione per il recupero della salma, con mezzi cingolati e motoslitte capaci di districarsi in quell’oceano farinoso. Il cacciatore bussa alla porta di casa sua dove la moglie indugia  più del dovuto sulla soglia prima di invitarlo ad entrare: “Hai sangue sulla camicia”, mormora. “Torno dal lavoro, lo sai che può succedere”. E’ la pacata risposta.

Cory Lambert, il cacciatore, è interpretato da Jeremy Renner già spericolato sminatore in The Hurt Locker di Kathryne Bigelow, dove in una tensione quasi insostenibile ripuliva le strade di Baghdad disseminate di micidiali ordigni esplosivi interrati tra le pietre, celati sotto  l’asfalto, occultati nelle carcasse di vecchie auto insospettabili.

Ora ritroviamo il suo volto intenso e teso tra i paesaggi innevati del Wyoming, in un ruolo da eroe solitario che così bene gli si addice: un ranger impegnato a proteggere gli armenti da lupi o puma affamati. Predatori. Per Cory quella landa selvaggia è la sua terra, la sua vita, non vorrebbe abitare in nessun altro posto, e sta rischiando per questo di perdere la moglie, giunta al culmine della sopportazione e disposta a tutto pur di abbandonare quella condizione esasperante, e andare a lavorare in città, ricostruendosi un’esistenza tra gente comune. Gli porterà via anche il bambino, senza che il marito si opponga; l’amatissimo figlio di otto anni a cui l’uomo ha già insegnato a maneggiare il fucile, ma anche ad accarezzare il cavallo per renderselo amico inseparabile. E gli ha regalato un cappello da cowboy identico al suo, il mitico Stetson a falde larghe.

La ragazza morta nella neve è una indiana di cui Cory conosce benissimo la tribù,  tra le poche ancora rimaste nell’immensa ‘riserva’ abitata ormai soltanto da irriducibili nativi e dagli operai di una compagnia di trivellazione operativa soltanto in estate, e per gli altri mesi dimora coatta dei pochi sorveglianti dello stabilimento disposti a tollerare la morsa di freddo e quella solitudine che rende pazzi.

Provando a districare la matassa Cory cerca un colloquio con il fratello della vittima, che dissipa i suoi anni nell’abulia facendo comunella con balordi strafatti per la maggior parte del tempo e armati fino ai denti. Ma il suo tentativo si infrange contro la rabbia sorda, repressa e autodistruttiva del giovane: “Mi sento di voler combattere contro tutto il mondo. Tu non sai cosa sia…” E la replica racchiude anche il senso dell’intera vicenda: “Sì. Ma ho deciso di combattere questa sensazione. Perché so che il mondo vincerebbe”.

Lo sceriffo indiano non ha uomini per svolgere le indagini. Secondo il responso del medico legale, la ragazza è stata malmenata pesantemente e stuprata a più riprese da uomini diversi, tuttavia è morta per cause naturali, e pertanto non esistono i presupposti per avviare presso il Procuratore distrettuale una richiesta di indagine per reato di omicidio. La comunità può contare soltanto sulle  proprie forze per individuare il colpevole e scongiurare per il futuro altri episodi di quella inaudita violenza. Oppure appellarsi all’FBI responsabile per i crimini federali.

Il Federal Bureau of Investigation invia svogliatamente sul posto il primo agente a disposizione, Jane Banner (Elisabeth Olsen),  una sbarbatella catapultata alla cieca da Fort Lauderdale in Florida, che arriva con  indosso ancora i suoi abiti leggeri e senza la minima  esperienza pratica di come vada condotta un’ indagine. Perché non muoia assiderata prima ancora di cominciare, la nonna dell’uccisa le ‘presta’ a malincuore gli indumenti della nipote, una tuta termica e una giacca a vento che le calzano a pennello: “Qui da noi – la ammonisce lo sceriffo – quando fa bel tempo, in piena estate,  ci sono trenta centimetri di neve”.

Il ranger, l’unico in grado di spingersi con il gatto delle nevi in luoghi impervi e irraggiungibili, nel suo solitario girovagare ha raccolto indizi precisi su quel torbido delitto, e si è già formato un’idea concreta su cosa possa essere accaduto. Conosce il territorio palmo a palmo e offre il suo appoggio alla improbabile detective fornendole una pista da battere. “Perché mi aiuta?” Le chiede lei impacciata senza sapere da che parte iniziare: “Perché sono un cacciatore”, è l’asciutta risposta; meno banale o innocente di quanto possa apparire. Cory è un uomo d’ordine al quale non servono placche e mostrine per sapere da che parte schierarsi. La partita si annuncia feroce, e lui non può e non vuole sottrarsi al compito. Il capo indiano, nonno della ragazza brutalizzata, è da sempre suo amico, sanno entrambi che quanto è accaduto è disumano; la famiglia è distrutta, la madre della vittima si ferisce ogni giorno con una lama affilata adempiendo i riti funebri della sua gente. “Quando lo troverai – lo implora il vecchio Cheyenne alludendo al colpevole – chiunque egli sia, senza pietà.” “Senza pietà”, ripete il ranger tra le labbra.

Ciò che è accaduto alla ragazza non mancherà di suscitare orrore e disgusto nello spettatore, ma è la tragica materia del racconto cinematografico e non va tradita. A quella altitudine, con trenta gradi sotto zero, quando si corre alla disperata anche soltanto per qualche minuto, il respiro si arresta, gli alveoli dei polmoni si riempiono di sangue fino a scoppiare. E la ragazza, da qualsiasi mostruosità stesse fuggendo, quella notte ha corso per otto chilometri a perdifiato, mezza nuda e a piedi scalzi nella neve. Per lei non c’era scampo, e qualcuno deve pagare.

Il film è un western dei nostri tempi, ambientato nelle più aspre latitudini del Wyoming, la terra per eccellenza dei cowboy e degli indiani, della intramontabile leggenda del West. Real America, la esaltano le guide turistiche in virtù della spettacolarità dei paesaggi, i canyon, le immense vallate, le praterie senza confine, le Montagne rocciose, una fauna quasi intatta nei secoli e una vegetazione incontaminata forse da millenni. I vasti spazi sono quelli del Far West, in cui il regista Taylor Sheridan, ben noto poeta della frontiera, racconta senza riguardi e con rimpianto anche l’altra faccia del mito giunto alla deriva dei giorni nostri; uno scenario umano in corso di decomposizione, tra il degrado dei nativi e la purulenta amoralità dei nuovi predatori. Cosa rimane dell’epopea americana, dell’immagine epica della Nascita di una Nazione, del favoloso Paese di ogni opportunità? Forse soltanto un cumulo di macerie. Ma insieme a tanta amarezza si impone la rettitudine testarda di alcuni individui che non si flettono e non arretrano: come Cory Lambert, il cacciatore; come lo sceriffo indiano della contea, interpretato – con molti chili in più ma non minore carisma – da Graham Greene, già Uccello Scalciante in “Balla coi lupi”; e  accanto a loro la maschera impietrita di Martin, il vecchio capotribù (Gil Birmingham) che alla maniera degli antichi guerrieri si dipinge il viso con i colori lividi dell’estremo sacrificio per andare incontro alla morte.

Ma forse, goffamente, entra a far parte del mito della frontiera – della sua filosofia e della sua dannazione – persino la giovane agente federale che, in quella cruda esperienza può rinvenire il senso più alto della propria missione a sostegno della legge.

Ci sono sparatorie nel film di Sheridan, e molti morti ammazzati; duelli al sole, anzi nella neve, al cui confronto impallidiscono i precedenti più cruenti del genere; uno sguardo postmoderno, citazionista, celebrato in funamboliche riprese e omeriche carneficine. Eppure su tutto ciò svetta la figura del cacciatore, non vacuo giustiziere ma tenace garante della giustizia, che cavalca la motoslitta con l’abilità di un cowboy da rodeo, e non dimentica mai lo Stetson in testa né il cavallo scalpitante che lo attende nel recinto.

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