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Diario di bordo della Sea Watch 3. Quasi pronti alla partenza

 

Sono a Malta da quattro giorni e l’unica cosa che sono riuscita a vedere è una minima parte del centro storico de La Valletta. Non un altro luogo turistico, non una spiaggia. L’unica cosa che vedo da quattro giorni è una delle banchine più sperdute del porto dell’isola. Talmente sperduta che gli stessi tassisti locali non hanno idea di dove sia e persino il navigatore si confonde.
A tutto c’è una spiegazione. Siamo relegati in questa piccola ansa nascosta nella “culonia” dell’isola perché le navi umanitarie non si devono troppo vedere. Perché la maggior parte dei maltesi non ama chi salva i migranti.
Un controsenso, visto che qui migranti, profughi o rifugiati che siano, non li fanno sbarcare manco con le cannonate. A meno che non siano in grave pericolo di vita.

Eppure solo la parola NGO, o “umanitario”, qui fa scattare il nervoso. Tant’è che mentre cercavamo di fare una ripresa della nave dall’esterno in i piedi sulla banchina, è subito arrivato un signore in cambia bianca e capelli neri tinti –  simil boss latitante – che ci ha intimato di allontanarci perché  l’adiacente suo magazzino mai e poi mai doveva essere associato ad una nave umanitaria.
Frustrati e notevolmente turbati da tanta ostilità, con Nicola, il cameraman, torniamo a  bordo. In fondo ormai mancano davvero poche ore alla partenza.
Me ne accorgo perché vedo arrivare le scorte di cibo caricate da una catena umana alla quale tutti partecipano. Nessuno escluso, giornalisti compresi. Nella sala accanto, i medici poi esperti in soccorso a mare di persone già provate a terra, istruiscono i nuovi arrivati e i non medici che devono comunque essere pronti ad aiutare in caso di emergenza. Tra i dottori alla prima esperienza c’è l’inglese Paul. 28 anni, viso pulito e occhi timidi azzurri come il mare che abbiamo davanti. Ci dice che queste tre settimane sono la sua vacanza. Invece di trascorrerla distraendosi con gli amici con gli amici, ha scelto di fare il volontario a bordo di una Ong . Questa è la sua prima esperienza in mare ma Paul ha lavorato in Africa come volontario in passato, e ci fa notare come in passato il lavoro umanitario veniva sostenuto mentre ora Il sentimento dell’opinione pubblica è cambiato in modo preoccupante:
“Il modo in cui oggi sento parlare alcune persone è provocatorio: capisco le difficoltà di affrontare questo problema. Sopratutto da parte dei paesi del Sud Europa. Per esempio il mio paese, l’Inghilterra, non è abbastanza collaborativo con chi sta affrontando in Europa il problema dei flussi migratori. In ogni caso io sono un medico e sono qui per aiutare non mi interessa la politica.
Io penso che queste sono persone come noi, con desideri e sogni. E sperano di trovare un luogo sicuro dove vivere in Europa. E noi dovremmo aiutarli…. Per il resto io sono un medico e il mio dovere è quello di salvare vite umane. Quelle di tutti gli esseri umani …”

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