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Cumhuriyet, ultima udienza prima della sentenza, 18 giornalisti rischiano fino a 43 anni di carcere

 

Riprende oggi il processo simbolo contro il giornalismo libero in Turchia. Sul banco degli imputati 18 tra redattori, collaboratori e amministratori dello storico giornale di opposizione Cumhuriyet ritenuti fiancheggiatori, se non addirittura parte attiva, della presunta rete terroristica dall’imam Fethullah Gulen ritenuto ideatore del fallito golpe del 15 luglio del 2016.
La principale tesi accusatoria dell’inchiesta si basa  sulla linea editoriale del giornale.
Nell’atto di citazione di 300 pagine, la parola “news” è stata utilizzata 662 volte. Nessuna prova è stata raccolta dall’inizio dell’indagine, nell’agosto 2016. Eppure tre mesi dopo sono scattati gli arresti. Non una singolo elemento di colpevolezza, a parte gli articoli e gli editoriali, che colleghi i dipendenti di Cumhuriyet a qualsivoglia azione criminale o terroristica è stato trovato.
Se in Turchia vigesse ancora lo Stato di diritto potremmo affermare che essendo state le deboli imputazioni smontate dalla forte e efficace difesa l’esito non possa che essere l’assoluzione per tutti.
Gli avvocati di Ahmet Şık e degli altri imputati hanno dimostrato che le testimonianze dell’accusa erano false e le prove inconsistenti, talmente scandalose che persino il giudice lo ha dovuto riconoscere.
Ma la richiesta di scarcerazione per tre dei diciotto imputati ancora in prigione non è stata accolta. Anzi. Nell’ultima udienza, che si è svolta il 25 dicembre, il diritto alla difesa del giornalista investigativo Ahmet Şık è stato violato un modo scandaloso: gli è stato impedito di ultimare la sua memoria difensiva ed è stato allontanato con la forza dall’aula.
È apparso chiaro da subito che sotto attacco non ci fossero solo i colleghi di Cumhuriyet ma tutta l’informazione libera. Şık, Murat Sabuncu, Akim Atalay e gli altri 15 imputati rappresentano la storia di una testata che dal 1924 è sopravvissuto a cinque colpi di stato e ha continuato a dare notizie scomode anche sotto i regimi militari. In passato, molti dei suoi giornalisti sono stati imprigionati, torturati o vittime di assassini politici. Ma mai prima d’ora si era vista una così intensa volontà di eliminare completamente Cumhuriyet.
Questo attacco contro lo storico giornale di opposizione è puramente politico, un assalto diretto alla libertà di stampa e al diritto repubblicano della Turchia che nessun paese democratico può accettare.
Articolo 21, insieme a Article 19, Centro europeo per la libertà di stampa e media, PEN Belgio / Fiandre, PEN Nederland, PEN International e Reporter senza frontiere, continua a seguire il processo con grande preoccupazione.
All’udienza di oggi saranno presenti diversi osservatori internazionali.
“Questo processo è un agghiacciante esempio del forte deterioramento della libertà di espressione e dello stato di diritto in Turchia dal tentato colpo di stato del luglio 2016″ , ha dichiarato Gauri van Gulik, direttore Europa di Amnesty International.
E noi aggiungiamo che si tratta di un vero e proprio attacco a tutto il giornalismo indipendente, a quei colleghi che non si sono piegati al volere del regime e che si trovano ad affrontare l’imputazione inaccettabile di sostegno a organizzazioni terroristiche, basata principalmente su una lettura errata di articoli apparsi sul giornale e contatti insignificanti tra giornalisti e fonti vicine ai presunti golpisti.
Le testimonianze poco convincenti e la mancanza di qualsiasi elemento che confermi la tesi del procuratore che hanno caratterizzato le precedenti udienze hanno evidenziato l’assurdità delle accuse.
Gli osservatori internazionali hanno ripetutamente sottolineato la mancanza di indipendenza e imparzialità del Tribunale che dovrà esprimersi sul caso.
Gli avvocati della difesa sono stati addirittura esclusi dall’ultima parte del dibattimento senza un’adeguata giustificazione.
Anche Ahmet Şık è stato espulso dall’aula prima che potesse terminare la sua dichiarazione di difesa.
Fin dall’inizio si è trattato di un processo non equo. È apparsa evidente la volontà di punire gli imputati quando, dopo l’intervento dei difensori che avevano chiesto la ricusazione
dei giudici dopo l’espulsione di Şık, il dibattimento è stata bruscamente interrotto e il Tribunale ha deciso di lasciare in detenzione preventiva i tre membri dello staff di Cumhuriyet che erano rimasti in carcere.
A fronte delle ripetute violazioni dei suoi diritti Şık ha presentato un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Il suo è tra i casi dei giornalisti turchi che hanno ricevuto lo status prioritario nell’aprile 2017 ma è ancora in sospeso.
Tutti noi auspichiamo che l’esito del processo possa essere a favore dei nostri colleghi ma a fronte delle precedenti sentenze a carico della veterana della stampa turca Nazlı Ilicak e dei fratelli Ahmet e Mehmet Altan, condannati all’ergastolo con altri tre giornalisti, le speranze appaiono quasi nulle. Soprattutto perché i tribunali inferiori che li stanno giudicando non hanno finora applicato le sentenze della Corte costituzionale che aveva dichiarato l’arresto degli Altan – finiti in carcere con le stesse accuse degli altri giornalisti a processo – una “palese violazione del loro diritto alla libertà di espressione e di informazione”.
Questo atteggiamento in spregio delle regole basilari della giurisprudenza dimostra quanto il ruolo della Cedu sia più importante che mai. Una decisione rapida su tutti i casi dei giornalisti detenuti in Turchia potrebbe risultare cruciale.

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