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Violenza e razzismo a Terracina

 
Se autorevoli esponenti politici tornano a parlare di “razza” cosa può succedere più in basso, tra i signor Rossi, nelle periferie sperdute spazzate da vento, fatica e ignoranza? Semplice: può succedere che un uomo ricordi alla sua compagna di averla scelta perché marocchina e dunque schiava. E che lo dica mentre la picchia e la costringe ad andare a lavorare nell’azienda di famiglia. E’ andata proprio così ed è successo a Terracina, nella campagna fertile che produce zucchine per mezza Europa, grazie al lavoro di molti “schiavi veri”. Ora è tutto scritto nero su bianco sul capo di imputazione a carico di un imprenditore del posto su cui per legge va mantenuto il riserbo perché la vittima è la sua compagna e dunque sarebbe riconoscibile. La storia, che mette insieme violenza e razzismo, è cominciata nel 2009 ed è durata per quattro lunghi anni.
Le contestazioni della Procura raccontano di una vicenda al limite del surreale: l’imprenditore dal 2009 ha avviato una relazione more uxorio con una donna del Marocco che ha preso a maltrattare quasi subito.
E’ successo anche davanti al bambino quando questi aveva tre anni. In alcune occasioni le ha detto di averla «scelta come propria schiava in relazione alla sua nazionalità marocchina».
Non solo: quando è venuto a conoscenza del stato di gravidanza della donna l’ha picchiata con calci e pugni per indurla ad abortire o a cedere il bambino, alla nascita, ad un’altra coppia», che però non è stata identificata nel corso delle successive indagini. Negli anni a seguire «la costringeva a lavorare nelle serre di sua proprietà nonostante la tenera età del figlio, percuotendola violentemente laddove manifestasse l’intenzione di non recarvisi e per qualunque altra resistenza opposta dalla donna alle sue pretese e per motivi di gelosia. Motivo per cui la obbligava ad avere rapporti sessuali non consenzienti».

Di qui l’accusa di violenza. Una situazione che si è protratta fino a marzo del 2013, quando la vittima ha avuto finalmente il coraggio di denunciare tutto, chiedendo la condanna dell’imprenditore per maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale continuata, lesioni aggravate. La sentenza di primo grado appena pronunciata è molto pesante: quattro anni di reclusione e la sospensione per cinque anni della patria potestà del bambino, costretto ad assistere alle percosse alla madre fin quando questa, nel marzo del 2013 la mamma non si è decisa a raccontare le violenze del suo aguzzino, depositando anche una decina di cartelle cliniche, il certificato della violenza accompagnata dalle frasi da schiavista. La pena comminata è persino più alta della richiesta della pubblica accusa, che era stata di due anni di reclusione.

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