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L’inferno di Kabul e la solidarietà globale a intermittenza

 

Nero, rosso, verde… sono i colori della bandiera dell’Afghanistan che non vedrete mai colorare profili e foto sui social, né  ‘vestire’ la Torre Eiffel o il Colosseo.
Eppure il bilancio dell’attentato di sabato a Kabul rivendicato dai Talebani è di quelli che lasciano senza fiato: 95 morti e 191 feriti. E il numero è destinato a salire.
Ma siamo in Afghanistan, un luogo lontano e ormai fuori dai ‘radar’ dei media mainstream che dedicano servizi a ciò che li accade solo quando un attacco si rivela devastante e colpisce aree di interesse occidentale, come è avvenuto ieri nella zona delle ambasciate straniere dove è esplosa un’ambulanza guidata da un kamikaze riuscito a superare il primo checkpoint.
Se fosse avvenuto nel cuore dell’Europa staremmo raccontando un’altra storia.
E invece l’attentato nella capitale afghana ha riportato l’attenzione sul Paese solo per alcune ore.
Eppure sull’Afghanistan c’è tanto da raccontare, schiacciato tra la recrudescenza dell’azione terroristica dei Talebani  e i continui attacchi dello Stato islamico che ha colpito tre volte nell’ultimo mese causando centinaia di vittime.
Il gruppo islamista, nonostante le frange interne spesso in lotta fra loro, riesce ancora a dettare la timeline del terrore, mirata a creare sempre più instabilità e favorire l’espansione della propria influenza ora che l’azione e la presenza militare della Nato sono sempre meno efficaci.
Negli anni sono emersi con chiarezza i limiti della transizione e del passaggio di consegne alle forze locali, ancora non del tutto rappresentative della complessa comunità afghana e troppo costose per essere mantenute senza gli aiuti internazionali.
Dopo 15 anni di guerra, l’Occidente ha lasciato questo popolo al suo destino di fronte a una guerriglia finanziata dai paesi del Golfo, alimentata dal traffico d’oppio, sostenuta dall’aiuto pakistano, e saldamente reinsediatasi in quelle zone remote da cui le truppe Isaf si erano ritirate nel 2010.
Nella popolazione è ancora vivo il ricordo delle bombe piovute dal cielo che hanno distrutto quasi tutto, delle vittime civili considerate ‘effetti collaterali’ e delle mine nascoste lungo  le strade che portavano ai centri abitati.
Oggi il volto dell’Afghanistan è ancora più misero e provato, con le storie dei contadini solitari, dei bambini vestiti di cenci, delle donne coperte di burqa lerci, dei politici corrotti e dei nemici invisibili, e per questo imbattibili, dell’Afghanistan.
I cooperanti e i giornalisti che si trovano faccia a faccia con questa martoriata realtà raccontano di improbabili bazar di stracci e ricambi di ogni genere che contornano le vie dei piccoli centri urbani, delle innumerevoli e spesso minuscole case di fango arricchite da imprevedibili, pur nella loro semplicità, cupole e decorazioni e degli sguardi acerbi, ma talvolta benevoli, di giovani e adulti. Nuclei familiari che consumano lenti la loro porzione personale di storia e di vita.
Un libro, in particolare, scritto dall’inviato della Rai Nico Piro, “Missione Afghanistan” ci mostra le mille sfaccettature di un paese a molti sconosciuto. Immergendosi nella scrittura di Piro ti ritrovi a girare per le strade dei villaggi con i tanti bambini che corrono incuriositi verso qualche straniero, oppure in gruppi o con i propri padri si incamminano indifferenti verso la campagna o, ancora, piegati a cercare l’acqua dentro un pozzo o a portarla in spalla verso casa.
Ti sembra di vederli quegli occhi di bambini senza infanzia che rispecchiano un po’ la mestizia di quei posti pur essendo, sotto l’aspetto naturalistico, tra i più belli del mondo con i loro paesaggi unici che mettono insieme deserti e montagne, luoghi intrisi di una storia millenaria e affascinante.
L’attuale Afghanistan è un paese violentato dalle bombe, stratificato sui cadaveri e il dolore immenso del suo popolo.
Un destino infausto, ricorrente, che si accanisce e annichilisce ogni anelito di speranza come sta avvenendo anche in queste ore nell’indifferenza del mondo.

 

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