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I perfidi inganni “Napoli velata” di F. Ozpetek. Se gli attori di teatro “fanno” il film (e la differenza)

 

Proprio perché accade raramente, è giusto scriverlo a chiare lettere. Scrivere che uno dei film di maggior successo (più di pubblico che di critica ) ancora vivo e vegeto nelle sale italiane- “Napoli velata” di Ferzen  Ozpetek- “è” innanzi tutto un film di attori, e di attori teatrali in particolare.  Ai quali, e ovviamente, non mancano armonie, sinergie, perfetti ‘incastri’ espressivi con altre, basilari componenti dell’opera, essenzialmente centrata sulla (perfida?) seduzione iconografica   e su una ambientazione (partenopea) meno invasiva  e imprescindibile di quanto si pensasse alla veloce visione dei trailers.

Chi sono dunque gli interpreti che “fanno” (da artisti-artigiani-strumenti di volto e di voce) il film di Ozpetek? Innanzi tutto Giovanna Mezzogiorno che, nel ruolo di Adriana, sembra raccogliere il ‘testimone’ dall’ultima, fantasmatica  sequenza (finale aperto a tante letture)  de “La tenerezza”, ultimo lavoro di Gianni Amelio -protagonista l’eccellente Renato Carpentieri,  anch’egli presenza fondante dei Teatri Uniti di Martone- che consente alla Mezzogiorno di imbibirsi di un’anima vesuviana,  peraltro  “già sua”  per genomi paterni (Vittorio, morto troppo presto, era nato a Cernola) e costanti frequentazioni giovanili, alle prime esperienze di attrice teatrale.  Cesellando, con l’ elaborazione dell’ ennesimo’ lutto  che le si scava negli occhi, una inedita, moderna effige della mater- donna- figlia dolorosa di stremata, ma non passiva caparbietà mediterranea.

E, a pari merito, l’irripetible Peppe Barra che in “Napoli velata” è l’equivalente del veggente, del narratore, del nume ‘terragno e sensitivo’ per quel  ruolo di aedo- tutelare  che  lo condurrà a misterica morte (sacrificale?).

Sostanziale inoltre il contributo di Lina Sastri e Isabella Ferrari che interpretano. affabilmente crudeli nella  ‘convenzionale’ eleganza di due ipocrite alto-borgesi-   le collezioniste d’arte Ludovica e Valeria, congiunte  da “arcani” patti saffici  e con alcuni  sintomi  di tendenza omicida, necessari  all’economia e alle ipotesi narrative di Ozpetek, disciplinate verso l’ambiguità di un epilogo che “può dire –per la protagonista- sparizione volontaria dalla storia” o sparizione dai miraggi (allucinogeni?) da cui essa fu generata.

Ultima ma non ultima, la superlativa Anna Bonaiuto, che di mille poetiche napoletane  è stata musa giovanile (“L’amore molesto”) e di età matura (il suo lungo sodalizio con Mario Martone), qui nel ruolo della sinuosa zia di Adriana “cui basta accennare qualche movimento su una musica perduta e ritrovata per portarci via”  lontano e verso traumatiche  esperienze di iniziazione alla vita, al dolore, ai suoi segreti indicibili.

Quanto alla tessitura, alla narrazione del film – non inedita per chi ben ricorda opere quali “Giulia e Giulia”, “Fantasma d’amore”, La doppia ora” e quel  piccolo diadema  di Ozon che è “Sotto la sabbia”-  dalle parti di un innamoramento perduto e impossibile. Di una notte di sano eros lacerata dalla sparizione e  riapparizione  ‘psicotica’ dell’oggetto d’amore (un ragazzo senza nome, forse arruolato dai sottoboschi della malavita) che si nega e si concede a una ‘matura-ragazza’ (Adriana) il cui lavoro di medico legale (ed  anatomopatologo) è  duetto spossante, quotidiano  con lacerti di vita che, di sovente, portano  i connotati della brutalità e dello strazio corporale.

Che  la scabra essenza dell’umana avventura abbia per ambientazione Napoli (o Costantinopoli, come nel precedente film di Ozpetek) è elemento sussidiario, coloristico, non sostanziale alla struttura di un film cui fanno difetto alcuni cedimenti (‘paniche vibrazioni’) alla seduzione ambientale (vicoli, cortili, labirinti  segreti-opposti alle scenografie hi-tech degli interni borghesi) e l’esibizione virtuosistica di una elaborazione fotografica dispiegata su turgide cromature e mille (non torbide o illanguidite) sfumature di blu.

Essendogli  invece di rinfianco  i temi (ricorrenti)  ‘della perdita, dell’abbandono e dell’incontro, destabilizzante’ che- sin da “Le fate ignoranti”, “La finestra di fronte” “Cuore sacro” – sono martellanti , ma (direi)  sincere ossessioni  nell’opera del discontinuo, divisivo  autore cui stava stretta la Turchia, ma – come tenne  a dire – “adottato da Roma e dal quartiere Ostiense”.  Buon per lui.    Ozioso assecondare chi lo stima e chi no.

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 “Napoli velata”   Regia: Ferzan Özpetek   Sceneggiatura: Ferzan Özpetek, Gianni Romoli, Valia Santella.

Interpreti: Giovanna Mezzogiorno, Alessandro Borghi, Anna Bonaiuto, Peppe Barra, Biagio Forestieri, Lina Sastri, Isabella Ferrari, Luisa Ranieri, Maria Pia Calzone, Loredana Cannata, Carmine Recano, Angela Pagano. Prod. Italia 2017

*Per Articolo21 e su “Napoli velata” ha già scritto, di recente, Lucia Tempestini

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