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Loveless

 

Arriva sulla rete la segnalazione dei film in uscita, cioè il menu cinematografico per la settimana delle feste. Eccoli: Natale da Chef di Neri Parenti con Massimo Boldi, Poveri ma ricchissimi di Fausto Brizzi con Christian De Sica, Super Vacanze di Natale una compilation dei vecchi cinepanettoni curata da Paolo Ruffini. Il pubblico, si dice, vuole tirare il fiato dopo tante rinunce, stanco di crolli finanziari, crisi istituzionali, scissioni, liti tra i partiti, fallimenti bancari, debito pubblico e corruzione; vuole andare al cinema per divagarsi. Il Natale richiede spensieratezza: è il ritorno della luce, che infatti sfavilla a festoni da ogni angolo di strada; è la speranza che si rinnova, è il sentimento impalpabile dell’attesa, il mistero di una nascita che tanto ci commuoveva da bambini nei versi di Guido Gozzano: “il campanile scocca la Mezzanotte Santa”.

Proviamo allora a considerare una proposta in controtendenza che possiamo trovare in questi giorni sugli schermi.

Ženja e Boris, una coppia ancora giovane della nuova borghesia russa, hanno deciso di separarsi, nemici in casa. Basta il minimo pretesto perché l’atmosfera intossicata si surriscaldi, scateni la reciproca aggressività, la voglia di distruggersi con le parole, gli insulti, le offese affilate per ferire. L’aria è satura di risentimento che si riverbera in ogni azione gesto e parola. Quando lei lascia il soggiorno ed entra come una furia in bagno non si accorge neppure che, nascosto dietro la porta, il figlio di dodici anni sta piangendo in silenzio, disperato, terrorizzato. Per i genitori lui non esiste più, è soltanto un intralcio, nessuno dei due lo vuole con sé, ciascuno ben contento di scaricarlo all’altro annessi e connessi. Ormai la famiglia è distrutta e con essa se ne va la casa moderna e  confortevole che viene messa in vendita, profanata da estranei che si avvicendano per valutarla, aperta alle visite di altre coppie impazienti di prendere il posto dei proprietari.

La mattina il bambino si veste, prende lo zainetto e corre a scuola, i genitori si affrettano verso il loro lavoro. Boris è un programmatore in un gigantesco alveare in cui ogni impiegato fissa per ore lo schermo del computer senza quasi nessun rapporto con chi gli siede vicino o di fronte. Solo rapidi scambi di parole vuote nell’ora di pausa, alla mensa, mentre in fila scorrono con i vassoi in mano prendendo il cibo dai banchi, dietro ai quali non si vedono esseri umani; i loro gesti ricordano i polli in batteria, gli animali negli stabulari degli allevamenti intensivi.

Ženja in tacchi alti e tailleur fasciante con spacco posteriore, lavora come promoter in una multinazionale. L’uno e l’altra hanno già nuovi compagni con cui contano di rifarsi una vita. Assistiamo ai loro incontri intimi, parentesi di sesso più che di tenerezza, in altri appartamenti, in altri letti del tutto simili al loro; i corpi nudi che si accoppiano nella ricerca dell’appagamento ci suscitano l’impressione di inseguire più un bisogno meccanico che un reale piacere.  Ženja è una cavallona ben attrezzata, vitalmente esigente con il suo accompagnatore, un uomo benestante più maturo di lei, il quale ha una figlia adolescente in giro per il mondo. Nei ritagli di tempo riesce a parlarle attraverso Skype e la ragazzina gli manda baci baci baci sulla punta delle dita con alle spalle l’immancabile scenario esotico. Boris, in apparenza più mansueto, si è fidanzato invece con una ventenne graziosa che ha già messo incinta. Il pancione è bello grosso ma i due  non rinunciano alla voglia di fare l’amore, in uno stato di ebbrezza artificiale che sembra modellato sui reality show.

Alyosha, il bambino della coppia, versa in un opprimente stato d’ansia che lo spinge a indugiare lontano da casa. Quando esce da scuola si attarda nel bosco invernale, brullo, scheletrico, che deve attraversare sulla strada del ritorno; ha lì i suoi angoli di rifugio, la forcella di un grosso tronco che tende i suoi lunghi rami sulla corrente del fiume. Il ragazzo raccoglie a terra  un pezzo di nastro bianco e rosso da cantiere, lo aggancia ai rami per vederlo ondulare al vento come un aquilone. Di lui non si occupano seriamente né il padre né la madre, troppo presi dal loro cieco egoismo, dalla propria scalpitante amarezza. Quando la sera si ritrovano a casa il loro impegno più tenace è nel litigare, nel rinfacciarsi i torti, nel dilaniarsi con metodo, attribuendo all’esistenza del figlio la reciproca infelicità. Discutono su come sbolognarlo, i nonni non sono in grado di occuparsene e converrà collocarlo in qualche istituto.  Chiuso nella sua stanza, Alyosha magro e indifeso, ascolta ogni parola più solo che mai, si infila nel letto squassato dai singhiozzi. E una brutta mattina non rientra a casa da scuola. I genitori si telefonano dai cellulari accusandosi a vicenda, ma senza dare peso all’assenza. Però con il passare delle ore l’allarme cresce e la madre finisce per rivolgersi alla polizia. Arriva in casa un ispettore a compiere i primi rilievi, a svolgere gli accertamenti di rito, l’esame del pc, la perlustrazione della sua stanza alla ricerca vana di un biglietto d’addio, un indirizzo compromettente col giro della droga, una traccia fra i contatti personali. Sono tanti, troppi i ragazzini che scappano di casa, ma dopo qualche giorno di vita randagia, spinti dal freddo, finiscono per tornare. Viene effettuato un tentativo di rinvenimento presso la nonna materna che vive a tre ore di macchina e non risponde mai al telefono. Nel tragitto, costretti insieme nell’abitacolo, i coniugi continuano i loro discorsi avvelenati; lei vomita tutto il suo astio verso il marito, gli dice di non averlo mai amato, di essersi sposata solo per uscire di casa, allontanarsi dalla madre con cui si sono sempre detestate. Non aveva mai desiderato un figlio, il parto si era svolto in un dolore insopportabile, il travaglio era stato così straziante che avevano dovuto sedarla. E quando le avevano portato il bambino al seno aveva avvertito solo repulsione, non una sola goccia di latte era affiorata ai capezzoli. L’incontro con la vecchia madre, che trascina l’esistenza isolata in un cascinale di campagna, carica di odio e di disprezzo per la figlia, è una immersione agghiacciante nell’inferno familiare. In ogni caso non è lì che Alyosha si è rifugiato.

I giorni trascorrono e la sparizione si fa preoccupante. Interviene una squadra specializzata, si iniziano ricerche a tappeto nel bosco, si interrogano i compagni di scuola; il suo amico più stretto alla fine rompe la consegna del silenzio e indica una costruzione industriale dismessa e diroccata dove Alyosha si era rintanato. Gli agenti accorrono, setacciano il luogo palmo a palmo e quel fatiscente ammasso di macerie sembra la rappresentazione plastica, simbolica, non solo del fallimento matrimoniale dei genitori ma dell’intera società che abbiamo costruito intorno a noi. Il bambino non c’è, viene ritrovato soltanto un suo giubbetto. La prospettiva si aggrava di ora in ora, sarà necessario battere a tappeto gli ospedali, allargare la ricerca ai corpi di sconosciuti accolti nelle celle frigorifere degli obitori. E qui mi fermo.

Il lettore avrà tutto il diritto di obiettare: ma che film di Natale è questo! Ha ragione, perché non c’è proprio nulla da ridere. Ma il regista che l’ha diretto, Andrej Zvjagincev, 53 anni, già Leone d’oro al Festival di Venezia con Il ritorno, sa raccontare come pochi altri il lato oscuro della nostra esistenza. Afferma di essersi ispirato  per i dialoghi ai protagonisti di Scene da un matrimonio di Ingmar Bergman; di certo possiede quella capacità di analisi psicologica e comportamentale che sembrerebbe così congeniale in certe latitudini nordiche (Ibsen, August Strindberg)  dove è più difficile imbrogliare, per mancanza di sole, e l’anima umana appare in trasparenza come un vetro ghiacciato. L’autore scruta con occhio fermo e sconvolgente empatia l’angoscia senza sbocchi di un bambino; e racconta il livore della vita, l’opaca fenomenologia del quotidiano, la sua cieca crudeltà; un mondo ‘senza amore’ (questo vuol dire il titolo Loveless) in cui non esiste pietas, compassione, senso del sacro, cioè quella dimensione ignota che tuttavia ci avvolge e può guidare i nostri passi nella morsa dei problemi che sempre ci affliggeranno. Assistere alla storia di Alyosha e dei suoi aridi genitori ci consegna a un malessere da cui vorremmo rifuggire,  ci obbliga a interrogarci sulle nostre responsabilità individuali e sul significato della nascita.  Anche questo vuol dire il Natale.

Forse non è un caso che il protagonista si chiami Alyosha, un nome bellissimo, il vezzeggiativo di Aleksej (Alessio), che deriva da Alexandros, riconducibile in greco antico al verbo ‘alexo’: difendo, proteggo. Dunque allude a colui che protegge o salva. Nel romanzo I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij, Alyosha, ricordate?, è il terzo fratello dal carattere dolce, solare, religioso: l’agnus dei, la vittima sacrificale.

Loveless rappresenterà la Russia ai premi Oscar 2018 nella categoria miglior film in lingua straniera. Lo eleggo a mio personale ‘cinepanettone’, il mio augurio di Buon Natale per i lettori di Articolo 21!

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