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La leggenda del Re Gaudente

 

Screzi e ripicche, risentimenti e conciliaboli, da tragicommedia borghese, dell’edizione diretta da Barberio Corsetti, protagonista Ennio Fantastichini – Di scena a Roma, Teatro Argentina (in tournée)

Sul filo della memoria, tra l’inizio degli anni ’70 e sino a metà dei ’90, sono tanti, e non tutti memorabili, gli approcci al Bardo pseudo-eccentrici, “trasgressivi”, bislaccamente all’arrembaggio. Con almeno due eccezioni che credo valga la pena antologizzare: “Sogno di una notte di mezza estate” di Jerome Savary (ambientazione circense, mirabolante, avvincente) ed “Ex Amleto”, monologo scarno, interiorizzato, ‘gioiosamente infantilizzato’ dal grande Roberto Herlitzka.    E, ai poli opposti, Otelli albini, Macbeth dominati da moglie bambina, Romei e Giuliette metallari e sguaiati come certe ‘sagome romane’ nei primi film di Carlo Verdone.

Nessuno spiazzamento quindi se il “Re Lear” che tratteggia adesso, con qualche audacia e licenza poetica, un attore onnivoro, passionale, impulsivo   come Ennio Fantastichini.     Il quale, obbedendo ad un precisa immaginazione registica di Barberio Corsetti, tratteggia – non senza destrezza, palese esperienza, divertito istrionismo- un sovrano post moderno, vittimista perché polemista, in abito damascato e corona pataccata: e poi,  burbanzoso, edonista, garrulo e debitamente “isterizzzato” – come è consequenziale che sia per uno dei protagonisti più significativi della storica avanguardia romana, svezzato dall’underground -doc e dalla proficua collaborazione con le compagnie di Perlini, Nanni, Aglioti.   (Va bene… tempo fuggì, ma, per Fantastichini, ebbe inizio una solida carriera cinematografica, che ancora prosegue con cammei pertinenti alla sua ruvida, fragile ‘maschera’)

Adesso,  con “tracotanze e follie” maggiori  del fidatissimo  “fool”,  Lear è  pronto a  di dismettere ogni potere non tanto per scrupolose scelte di senilità o decadimento fisico – pur se ama atteggiarsi a svaporato e mentalmente in slavina- quanto per un carezzato progetto di baldorie e bengodi, cui è pronubo l’incipit dell’allestimento, di cui si fa referto una specie di ‘video-dietro-le quinte’  dal gusto goliardico e casinista, ove si accenna (pudicamente) ad un’orgetta domestica  corredata  da iconografie tempestose e di segno astratto- come in alcune ‘graphic novel’ di Mauro Carac.

Aderente come calzamaglia al testo shakespeariano (nella fluida, scattante traduzione di Garboli), del tutto privo di solennità e ieratiche posture, questo Lear nostro concittadino ‘privilegiato’, più che sovrano in disarmo (e nonostante la corona da bigiotteria che hanno in testa lui e il suo Matto-alter ergo) appare  una sorta di pater-familias prodigale, confusionale,  incauto. E le pimpanti figliole, Goneril e Regan, due ‘lenze’ di rara scaltrezza che, diversamente dalla devota (e sventurata) Cordelia, tradurranno la donazione in dannazione: per se stesse, per il padre e per la varia genia che al loro servizio o complicità.

Brutta dipartita finale che segnerà la sorte anche del Conte di Glocester, diverso dal suo monarca, ma incapace di “vedere oltre” (l’amore genitoriale per il figlio), la cui edipica cecità dell’epilogo fa da supplemento a quanto anticipato dalla “scena madre” dello spettacolo. Che è qui la sequenza della tempesta- magnetica  “conficcata” (ma visibilissima e di grande effetto in digitale)  dentro la testa di Lear assaltato da irreversibile pazzia, del suo Fool che è tale per mestiere e copione, e del nobile Tom che per fuggire dal padre preferisce fingersi fuori di senno.

Tutto a maggior gloria di una tragicommedia di screzi, ripicche, conciliaboli, che è anche libello antiborghese ed antifamilista, decantato e sradicato da  esornativi accademismi da una regia libertaria, ma non disposta ad osare sino alla destrutturazione del linguaggio scenico (Barberio Corsetti ‘gioca’ con la classicità, ma non estremizza e frastorna gli astanti, come nel ‘segno’ espressivo di Latella). Ma in cui è esplicita l’antitesi (preponderante, ammonitiva) all’assioma del “dividi ed impera”, liddove al “potere che si polverizza” subentra, in chi resta, il piacere (masochistico? …de-responsabilizzante?)  di sbarazzarsene al più presto- come apologo di un “ridicolo,  persino auspicabile disfacimento del mondo” (per come lo conosciamo)-e  che, per quanto ci riguarda, ha i suoi massimi esempi persuasivi in Svevo (“La coscienza di Zeno) e Kurosawa (“Ran”, non per nulla ‘nipponica lettura’ della profetica fonte shakespeariana).

Avvertenza finale: lo spettacolo dura più di tre ore, ma è ravvivato da un tappeto sonoro (in lap-dance) eseguito dal vivo ed a tratti coreografato dagli attori. Fantastichini per primo (If… you like It)

Re Lear” – di William Shakespeare   Traduzione: Cesare Garboli


Regia e adattamento Giorgio Barberio Corsetti
Con: Ennio Fantastichini 
e Michele Di Mauro, Roberto Rustioni, Francesco Villano, Francesca Ciocchetti, Sara Putignano, Alice Giroldini, Mariano Pirrello, Pierluigi Corallo, Gabriele Portoghese, Andrea Di Casa, Antonio Bannò, Zoe Zolferino. Scene e costumi: Francesco Esposito. Luci: Gianluca Cappelletti
.Musiche composte e eseguite dal vivo: Luca Nostro. Ideazione e realizzazione video: Igor Renzetti e Lorenzo Bruno
 Assistente alla regia: Giacomo Bisordi

Produzione Teatro di Roma e Teatro Biondo di Palermo

Dal 21 novembre al 10 dicembre al Teatro Argentina di Roma – dal 15-23 dicembre Teatro Biondo di Palermo – dal 26 al 28 gennaio al Teatro Comunale di Ferrara    dal 6 al 18 febbraio al Teatro Carignano di Torino

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