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Viaggio nella luce immobile di Jacques Prévert

 

Che nome possiamo dare a un luogo che si annuncia col fragore di un tuono accompagnato da un lampo che taglia il buio a metà? Uno spazio indefinito, che ospita una panchina, dei lunghi fari segaligni – quasi lampioni stilizzati alla Giacometti -, un certo numero di svogliate feuilles mortes portate qua e là dal suono di una fisarmonica lasciato nell’aria dalla risacca invisibile originata forse dal ricordo di un film di Truffaut, il più nostalgico: Le dernier métro.

No, non Parigi…Teatro. Perché il Teatro è Parigi, come milioni di altre cose. La sua non è magia (che appartiene al cinema, dove possiamo trovarci d’improvviso dentro una nebulosa e pochi istanti dopo nelle profondità dell’oceano), ma poesia, intesa nel senso filologico di abilità e capacità di fare, di produrre, di evocare artigianalmente qualsiasi cosa attraverso gli oggetti, l’affabulazione, la suggestione del corpo, la sua luce e oscurità, il suo rannicchiarsi fetale nel dolore e il danzare leggero dentro un istante epifanico. Il Passato è sempre anteriore, si trova davanti a noi e determina presente e futuro.

Esistere è un fenomeno misterioso, di cui si sa poco o niente. Eppure nonostante questo niente, questo consistere in manifestazioni di apparenza, tendiamo verso la vita, nello stesso modo in cui la rosa, pur non conoscendone la ragione, asseconda il proprio sbocciare. Per noi è Eros, la forza che scuote le querce e scioglie le ginocchia, a tenere teso il vento vitale, a rendere concreta e nello stesso tempo sottile, capace di passare sotto l’ordito, la nostra forma umana. Accendiamo tre fiammiferi nella Notte per osservare l’Amata, e nell’oscurità rammemoriamo il suo volto, la sua bocca, poiché soltanto nel ricordo possiamo distillare il visibile trasformandolo in esperienza, sperimentando il ritorno a un’origine mitopoietica.

Gabriele Lavia, con grazia ironia precisione da artifex impareggiabile, da genio della finzione intesa come possibilità di dare una forma, di plasmarla dopo averla immaginata, fa rivivere e risuonare dentro di noi un tempo non così perduto (la stagione esistenzialista) per mezzo delle sigarette Gauloises ‘papier mais’, amate da Juliette Greco, Jeanne Moreau e molti altri, delle nebbie di Carné, dei ponti e dei canali, e, soprattutto, dei versi di Jacques Prévert, sottovalutati e a volte irrisi da coevi e posteri per la loro apparente semplicità, ridotti oggi a slogan pubblicitari per cioccolatini. L’ariosità, i ‘campi lunghi’ di quelle poesie, diventano nelle mani di Lavia une invitation au voyage dentro la luce atmosferica e quella dei corpi, strettamente connesse.  Vediamo così (vediamo, letteralmente) la pioggia che cade senza sosta su Brest, sul mare e sull’arsenale, bagnando Barbara mentre corre verso il suo innamorato riparato in un portone, oppure i ragazzi che si baciano in piedi contro le porte della notte, incuranti dello scherno dei passanti. I due giovani in realtà non sono lì, si trovano lontani dalla notte e molto oltre il giorno, immersi nella luce abbacinante dell’amore.

Questo, per Prévert è il sentimento amoroso: una forza che può rompere le catene dei prigionieri condannati a guardare per tutta la vita le ombre proiettate sulle pareti della caverna dove sono condannati a rimanere, scambiandole per entità viventi.

Ma  Lavia mette in luce di Prévert anche la narrazione del dis-amore: l’indifferenza, la gelosia, la disperazione. Quella sottile crosta ghiacciata che si forma piano piano, di giorno in giorno; i minuti gesti quotidiani, come preparare un caffellatte, che vanno a tessere cerimonie di distacco e solitudine. O la materia particolare della poesia di Prévert, che in modo analogo alla pittura di Edward Hopper, sa aspettare e raccogliere il momento che illumina l’immobilità angosciata di ambienti e persone. O ancora, l’astio ridicolo della donna insonne che sorveglia proustianamente l’amante mentre dorme, sogna e ride. Proprio quel riso, la dimostrazione dell’impossibilità del possesso, scatena nella Signora risibili pensieri delittuosi.

“I ragazzi che si amano”
uno spettacolo di e con Gabriele Lavia
da Jacques Prévert
musiche Giordano Corapi
Prima nazionale – Fondazione Teatro della Toscana
Al Teatro della Pergola di Firenze dal 14 al 19 novembre

luciatempestini0@gmail.com

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