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Maria Grazia Cutuli. Quel 19 novembre del 2001

 

Sedici anni sono tanti per arrivare finalmente ad una condanna,ma la vita scorre lenta tra le montagne dell’Afghanistan. Lenta e implacabile. Quando si sorvolano i picchi dell’Hindu Kush e si guarda a quei villaggi isolati tra gole profonde,difficili da raggiungere per chi non conosce le insidie di quelle montagne, si capisce perchè Bin Laden avesse cercato rifugio proprio in quel paese, ospite dei Talebani. C’era solo una strada nel 2001 che collegava il Pakistan con Kabul e da quella strada non asfaltata piena di buche, chiusa tra un fiume e pareti di roccia con curve a gomito adatte ad agguati, doveva passare il convoglio di tutti i giornalisti internazionali diretto nella capitale afghana. Il regime dei talebani era caduto da pochi giorni e le autorità pachistane avevano finalmente permesso ai reporters stranieri di attraversare la frontiera. Unica condizione era che si partisse tutti insieme e non ci si fermasse nelle Aree Tribali, la zona cuscinetto autonoma e ultra conservatrice che divide Pakistan e Afghanistan nella quale avevano trovato rifugio membri di Al Qaida.

C’erano volute ore per radunare le auto di centinaia di giornalisti, ogni movimento era stato controllato,ogni reporter schedato e autorizzato a far parte della carovana. Jeep con uomini delle tribù locali armati di kalashnikov isolavano i lati del convoglio, altri lungo la strada vigilavano che nessuno uscisse dal percorso. Ci siamo inerpicati tra i tornanti del Kyber Pass e poi giù sino a Jalalabad, la prima città afghana che si incontra in Afghanistan. Impossibile non accorgersi del nostro passaggio,almeno seicento giornalisti diretti nella capitale afghana appena liberata erano stati seguiti e osservati con attenzione da chi sapeva muoversi in quei luoghi. Danaro contante da non lasciarsi scappare. I talebani e Al Qaida erano in fuga, nessuna autorità stava vigilando,nessuna legge da rispettare. un vuoto assoluto di potere mentre si sentiva in lontananza il rimbombo delle bombe americane che colpivano le grotte di Tora Bora. I giorni più pericolosi per farsi trovare da quelle parti. Maria Grazia Cutuli era in quel convoglio e c’ero anch’io. Non la conoscevo bene, ci eravamo incontrate di corsa qualche volta in quei mesi a Islamabad dove lei, che era basata a Peshawar, veniva per rinnovare il visto. Salutava con allegria gli altri colleghi con i quali aveva lavorato già in altri paesi e poi ritornava a Peshawar.

A Jalalabad il convoglio si era sciolto. Ognuno aveva trovato un riparo dove dormire qualche ora prima di ripartire alla volta di Kabul. Maria Grazia si era invece fermata per indagare sulle caserme di Al Qaida, abbandonate pochi giorni prima in fretta e furia dai terroristi. Io alle prime luci dell’alba avevo ripreso la strada verso la capitale afghana. E proprio da Kabul un giorno dopo ho dovuto raccontare dell’agguato e della sua morte. E’ stato terribile. Tante volte mi sono ritrovata a ripensare alla sua tragica fine.Inevitale riflettere sul fatto che sarebbe potuto accadere a me che ero passata su quella stessa strada poche ore prima. Sono esperienze che non dimentichi facilmente ,te le ritrovi dentro e ti fanno guardare alla vita con maggior rigore. Aumenta la consapevolezza che non abbiamo tempo da sprecare perchè se siamo ancora qui una ragione deve pur esserci.

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