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Condannati a 24 anni di carcere gli assassini di Maria Grazia Cutuli, prima sentenza verso una giustizia attesa a lungo

 

Ci sono voluti sedici anni ma alla fine è arrivata la sentenza di condanna a 24 anni di carcere per gli assassini di Maria Grazia Cutuli, la giornalista del ‘Corriere della Sera’ uccisa con altri tre colleghi il 19 novembre del 2001 in Afghanistan.
Quel giorno sotto i colpi dei talebani oltre alla trentanovenne catanese morirono anche l’inviato spagnolo del Mundo Julio Fuentes, l’australiano Harry Burton della Reuters e il fotografo afghano Azizullah Haidary.
“Questa sentenza da’ valore al lavoro svolto da una giornalista che rappresentava l’Italia all’estero portando avanti il diritto all’informazione per il suo Paese” è stato il commento dell’avvocato della famiglia Cutuli, Paola Tuillier, subito dopo la lettura del verdetto a carico di Mamur e Zar Jan.
Il legale ha voluto ringraziare la Digos, la Procura di Roma, i servizi segreti afghani e l’ambasciata italiana a Kabul senza i quali questa sentenza non sarebbe stata possibile.
Un processo lungo, difficile e rallentato da continue difficoltà burocratiche e innumerevoli intoppi procedurali dovuti anche all’instabilità politica nel Paese. Ma oggi è stato compiuto finalmente un primo passo verso una giustizia, attesa da troppo tempo, per un delitto politico orribile: l’auto sulla quale viaggiavano i quattro operatori dell’informazione fu bloccata sulla strada tra Jalabad e Kabul da un gruppo di uomini armati che li fecero scendere e a brucia pelo esplosero contro di loro raffiche di kalashnikov che li uccise, straziando i loro corpi, sul colpo.
Anche se questa sentenza non restituisce Maria Grazia alla famiglia, di certo è per loro di conforto sapere che chi ha falciato la sua vita non resterà impunito.
La Cutuli era una giovane donna, forte e determinata, che null’altro voleva se non fare bene il suo mestiere.
Ognuno di noi che scrive o racconta in autonomia storie difficili, dimenticate, che magari non fanno audience o finiscono in prima pagina, sa bene quanto l’esercizio della professione di giornalista e il diritto a farlo autonomamente non sia sempre automatico ma necessiti di un ambiente sicuro, nel quale tutti possano parlare liberamente e apertamente, senza timore di rappresaglie. Quando si prova a farlo senza che sussistano queste garanzie si rischia sulla propria pelle.
Ciò vale soprattutto per quei colleghi che operano in contesti dove queste condizioni non sono minimamente garantite. Come spesso accadeva a Maria Grazia che nonostante i rischi continua a portare avanti con coraggio il suo impegno professionale, raccontando vicende e notizie dai luoghi più remoti del mondo.
A distanza di anni, dopo la rabbia, il dolore e il cordoglio, ci resta la memoria del suo esempio virtuoso di buon giornalismo.

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