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Comunicazione, da Assisi l’inizio di una nuova stagione

 

Di Barbara Scaramuzzi

Il manifesto scaturito dall’assemblea di Articolo 21, organizzata con la Rivista S. Francesco, è al tempo stesso un punto di arrivo e, soprattutto, un punto di partenza. Di arrivo perché più di 30 anni fa molti di noi diedero vita al gruppo di Fiesole che aveva al centro il tema dell’onestà professionale, del recupero dell’etica della professione giornalistica, in un tempo profondamente diverso da quello attuale ma non per questo meno pericoloso per il diritto di informare e di essere informati. Un lungo percorso che 16 anni fa fu alla base della costituzione di Articolo 21 e che oggi ha necessariamente posto l’attenzione sull’evoluzione del comunicare in un contesto che allora non avremmo immaginato.

Non scrivere degli altri quello che non vorresti fosse scritto di te è la sintesi di un pensiero universale che prescinde dalle convinzioni religiose e politiche: ciò che temiamo per noi stessi dovrebbe essere ciò che non faremmo a nessun altro semplicemente in quanto essere umano, mio simile, fatto come me. Non è così per tutti, non è così per molti. I muri mediatici ci sono sempre stati, ma oggi lo strumento digitale li moltiplica, li fa deviare in modo parossistico verso l’odio, verso la violenza delle parole che equivale a quella delle azioni, verso una giungla mediatica in cui anche per i migliori professionisti a volte è difficile districarsi.

All’inizio dell’era digitale abbiamo esultato nella convinzione che il web sarebbe diventato quello che sognavamo, un grande strumento di conoscenza per tutti, una diffusione sana del sapere, una fantastica opportunità per abbattere i muri di ignoranza. E oggi invece è proprio via Internet che si elevano muri di odio mediatico a livello mondiale, campagne di diffamazione di cui sempre più spesso sono soprattutto le donne a subirne le conseguenze, falsità mostruose, che condizionano non solo la vita delle persone, ma perfino i destini dei paesi. Prima questi muri erano le pressioni del potere, le minacce, le persecuzioni politiche, la violenza fisica: oggi tutto questo purtroppo c’è ancora e ci si aggiunge l’odio diffuso a piene mani attraverso i social, fino al punto che – e lo sappiamo bene – si arruolano e si formano terroristi anche soltanto attraverso il webContinua su cheliberta

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